TRAGEDIA PESCHERECCIO PADRE PIO, I MARINAI NON FURONO RESPONSABILI

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si è concluso il processo d’appello per l’affondamento del peschereccio «Padre Pio», avvenuto il 28 giugno 2005 al largo di Ischia, nel quale morirono tre marittimi. A Carlo Manuguerra, comandante della nave cisterna «Audace A.» che entrò in collisione col peschereccio, e a Danilo Giaquinto, timoniere della stessa nave, furono inflitti in primo grado dalla VII sezione del Tribunale, nella sentenza pronunciata il 22 giugno 2010, due anni e mezzo di reclusione. Il Tribunale riconobbe anche il concorso di colpe al 50 per cento dei comandanti delle due imbarcazioni per l’errata interpretazione del rischio di collisione. Nell’incidente morirono il comandante e armatore del «Padre Pio», Salvatore Vespoli, di 43 anni; due marinai, Antonio Manfredi, di 44, e Antonio Buonomo, di 20.

Dopo nove anni dai fatti, La Corte di Appello di Napoli, ha riconosciuto che la responsabilità del disastro colposo e dell’affondamento del peschereccio Padre Pio, già addebitata al comandante della motonave Audace Carlo Manuguerra e al timoniere Danilo Giaquinto, non era da ascrivere in alcun modo, tanto più a titolo di concorso, alle vittime del sinistro Manfredi e Buonomo, semplici marinai. I giudici hanno così accolto integralmente gli appelli proposti dall’avv. Bruno Molinaro, difensore delle parti civili costituite, ovvero gli eredi del procidano Antonio Manfredi, e dall’avv. Carmine Bernardo, difensore degli eredi di Antonio Buonomo. La tesi sostenuta dall’avv. Molinaro e ritenuta fondata dalla Corte di Appello era che il Manfredi, nel momento del tragico impatto, stava soltanto svolgendo l’abituale attività di lavoro attribuitagli a bordo dal comandante del peschereccio Salvatore Vespoli. Pertanto, il marinaio non poteva essere in alcun modo coinvolto, sul piano della responsabilità, nel tragico incidente, spettando al comandante e solo a quest’ultimo la direzione nautica della nave e l’assoluto potere gerarchico sull’equipaggio, come previsto anche dal Codice della Navigazione.

La sentenza di condanna è stata per il resto confermata in ogni sua parte dalla corte di appello, anche in ordine alla posizione del comandante del peschereccio Salvatore Vespoli, per il quale è stato mantenuto il concorso di colpa nella misura del 50%.

Si attende ora il deposito delle motivazioni della sentenza, contro la quale, probabilmente, gli imputati condannati proporranno ricorso per cassazione.

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