IO CAPITANO. DI VINCENZO ACUNTO

Chi ha visto il film di Matteo Garrone “Io Capitano”, che racconta la storia di due ragazzi senegalesi che,
affascinati dal sogno di raggiungere l’Europa per dare sfogo al loro desiderio di fare i “percussionisti”, si
avventurano in una “odissea terribile” attraverso le insidie del deserto, gli orrori di detenzioni
ingiustificate, vendite di esseri umani, morti e sfruttamenti di ogni genere. Un film di una crudezza
impressionante che rende, finalmente, visibili cose che si leggono spesso dalle cronache giornalistiche
che, offrendo un ridotto “campo emozionale”, stimolano meno di una pellicola.

La narrazione,
per quanto cruda possa essere, è precisa e l’ho potuta verificare anche dal racconto di un giovane
senegalese giunto in Italia attraverso un percorso che definire odissea è poca cosa e che con gli infiniti
“viaggi” quotidiani conclamano la vergogna dell’intera comunità internazionale. Sono e resto contro i
fenomeni migratori incontrollati in quanto non realizzano né la felicità del migrante né la soddisfazione di
chi poi la subisce. Grazie a Dio siamo in un tempo in cui i valori dell’essere umano hanno raggiunto livelli
che non dovrebbero consentire a nessuno, per arricchimento personale, di essere calpestati
impunemente. Ma non è così. Col film di Garrone si denunciano, senza infingimenti, le grandi corruzioni
che esistono nei reparti della polizia senegalese, nigeriana, libica e altre che, a mezzo pagamento,
consentono ogni forma di efferatezza. Non è più possibile che, con i mezzi tecnologici esistenti (che
spiano e seguono la nostra quotidianità in ogni dimensione), non si intercettano e si interrompono
carovane di esseri umani che vengono sballottati per il deserto e poi per il mare lasciando morte
ovunque. Ogni giorno. Una vergogna di dimensioni mondiali che, vista l’insipienza dei governanti del
vecchio continente e della chiesa cattolica, impone una mobilitazione “della gente comune” perché non è
più tollerabile un mercimonio efferato di nostri simili che, abbagliati dalla fortuna, vanno incontro alla
morte. Chi non muore sarà mal tollerato da chi non è in condizione di accoglierlo. Non si può più pensare
che i problemi si risolvono recitando “una preghiera” o facendo “un comizio”, da una finestra, in una
piazza o in un’assemblea. È ora che gli eserciti delle civiltà occidentali, scendano in campo con le loro
logistiche per interrompere tali fenomeni criminali.

L’argomento migrazione, in queste giornate dedicate
alla memoria della shoah, stimola un ulteriore riflessione che ha visto protagonista il portiere della
squadra del Milan che, durante una partita, sentendosi insultato, da qualche deficiente che sugli
spalti gridava scimmia, ha abbandonato il campo ritenendo che fosse un “offesa razzista” legata al colore
della sua pelle. Ne è venuto fuori un pandemonio che, secondo me, fa perdere di vista quello che è il vero
razzismo che va combattuto con severità. Sempre e in ogni dove.

Non si può confondere una goliardia con
un fenomeno così serio e infamante che, per le esperienze storiche vissute, il nostro vocabolario
precisa che “è razzismo ogni tendenza, psicologica o politica, suscettibile di assurgere a teoria o di esser
legittimata dalla legge, che, fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un’altra,
favorisca o determini discriminazioni sociali o addirittura genocidio”. Scrivo ciò in quanto, quando ero
giovanetto e seguivo, da cronista, le partite sui campetti dell’isola, la squadra del Forio aveva un portiere
che era talmente agile e bravo che saltava da un palo all’altro con una velocità impressionante. Per tali
caratteristiche la vulgata popolare lo soprannominò – nella lingua foriana- “scignitè” – piccola scimmia!
Lui era molto orgoglioso di tale nomignolo che magnificava le sue capacità sportive e posso confermare
che ne è ancora tale oggi, in quanto avendolo incontrato, dopo tempo, in un negozio del paese e non
volendolo chiamare col nomignolo sportivo del tempo (per non essere caso mai additato da qualche
sapientone di oggi!) ad un certo momento gli dissi “scusami ma ho dimenticato il tuo nome” e lui “ma
come tu scrivevi le cronache delle partite sullo -sport isolano- e nun te ricuord e scignitè”. Ci facemmo
una gran bella risata e dopo aver ricordato tanti episodi ci lasciammo con una pacca sulle spalle. Penso
che una bella risata se la dovrebbero fare anche quei giocatori di colore quando qualche stupido dagli
spalti grida un “buu” o qualche altra parola goliardica che da sempre corredano “il linguaggio burlesco” di
quel mondo dal quale introitano fior di milioni. Nessuno va allo stadio animato da sentimenti razzisti
(nello spirito in cui ci spiega il nostro vocabolario) tesi a determinare separazioni o sottoclassi tra generi
umani. Certe reazioni, penso, stimolano soltanto gli stupidi a ripetersi e le squadre a pagare oneri
finanziari che investirebbero meglio in rinforzi per la squadra. Pensiamo alle cose serie. La Shoah e i fatti

dell’ottobre contro gli israeliani ci dicono che il razzismo è ben altro che uno sfottò al signor Maigan!
acuntovi@libero.it

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