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ISCHIA AL FUNERALE DEL TRIBUNALE… DI ANTIMO PUCA

La scure della rivisitazione della geografia giudiziaria si è abbattuta su Ischia. Lo spettro della chiusura del Tribunale di Ischia si fa sempre più incombente. La soppressione preoccupa i cittadini e gli avvocati soprattutto per la mancanza, fino a questo momento, di segnali forti della politica volti a scongiurare una decisione che rischia di danneggiare pesantemente territori e popolazione. Senza dimenticare, aspetto di non poco conto, le conseguenze nefaste per gli avvocati, che saranno costretti, ancora una volta, a riprogrammare le loro vite professionali.
Ci troveremo con un vasto territorio senza uffici giudiziari.
 L’attività giudiziaria, dunque, verrebbe compromessa per periodi prolungati, per qualche anno addirittura. Un vero controsenso rispetto agli obiettivi della ministra Cartabia e del governo se si pensa che il Pnrr punta alla riduzione della durata dei processi.
Ad amareggiare gli avvocati sono le decisioni che non hanno tenuto conto delle reali caratteristiche del territorio nel quale si realizzeranno le chiusure degli uffici giudiziari.
Un copione, del resto, già visto nel 2013, quando con la soppressione di molti Tribunali, da Nord a Sud, si sono creati disagi e appesantimenti dell’attività dei Tribunali accorpanti tuttora evidenti. Con buona pace dei risparmi economici che la nuova geografia giudiziaria avrebbe dovuto conseguire. La giustizia dovrebbe essere vicina ai cittadini non da ostacolo.
Si tratta di una decisione inopportuna ed irresponsabile in un momento, semmai, in cui servirebbe una intensificazione dell’azione delle istituzioni sostenendo il lavoro che spesso in solitudine svolgono magistrati e forze dell’ordine e che, peraltro, negli ultimi tempi ha ottenuto risultati molto positivi.
Ischia non può subire continue penalizzazioni in un settore decisivo come quello della giustizia; bisogna alzare la voce contro una decisione burocratica ed ingiusta.
Quanto adesso mi accingo a scrivere è per riflettere su quale fine abbia fatto l’associazione forense.
Quando una parte del Corpo viene offesa, tutto il Corpo resta offeso, tutto il Corpo, cioè, risente della offesa apportata.
Nel momento in cui qualcuno viene attaccato ed offeso durante l’esercizio della sua professione, è bene che intorno alla parte offesa si formi un unico Corpo. Se in una famiglia entra un ladro, un malfattore e, nel rubare, danneggia un elemento della famiglia, tutta la famiglia deve unirsi a tutela e a difesa. L’associazione Forense Ischitana non tutela la propria carne ma, anzi, la bandisce. Manca quell’alto orgoglio di appartenenza e di giusta solidarietà professionale. Se qualcuno viene ferito,il Corpo non sente dolore. Siamo divisi in noi stessi perché abbiamo abbandonato quel sentimento primordiale che ci ha spinti,giovinetti,a perseguire ed abbracciare la professione indossata.
I giorni della settimana santa sono totalmente concentrati sulle ultime ore di vita di Gesù. Continuamente la liturgia ci fa ripercorrere in lungo e in largo quelle ore, come a volerne imprimere nella memoria tutta la passione, come a volerne trovare il bandolo della matassa. Lo facciamo spesso anche noi nel dolore che proviamo, tante volte ci pensiamo e ci ripensiamo cercando di trovare una via d’uscita, un senso, un significato, qualcosa che ci faccia vivere nonostante tutto. Il Vangelo ci fa sedere a tavola con Gesù nel momento dell’ultima cena. È sul turbamento di Gesù che vorrei che fissassimo il nostro sguardo per un istante. Il resto della storia lo conosciamo già, ma molte volte ci sfugge il dettaglio che Gesù è ferito, è turbato, è trafitto dal tradimento di un amico. Ci sono cose che fanno più male dei chiodi, e tra queste c’è certamente il tradimento. È dolore che Cristo ha provato. È dolore che dobbiamo imparare a vivere come l’ha vissuto Gesù. Dobbiamo imparare attraverso dolori così. Il massimo che riusciamo a fare noi è arrabbiarci, accumulare rancore, ribellarci. Gesù ama, pur sapendo che a volte si è ripagati così. Ama e basta. E darà la vita anche per Giuda. Darà la vita anche per tutti coloro che non lo riconosceranno mai, che non lo ringrazieranno mai, che non lo ameranno mai. Il suo amore è amore gratuito. Amore senza contraccambio. Amore e basta. Ed è un invito a tenere sempre presente questa gratuità come la cosa su cui più di ogni altra cosa dobbiamo esercitarci: Amare, senza condizioni. Questo ci toglierebbe di dosso il peso di tutte quelle aspettative con cui molto spesso invece amiamo noi. Aspettative bellissime, lecite ma che possono trasformare l’amore in un mezzo, mentre invece esso deve sempre rimanere un fine.
Causa principale è l’ assenza di un potere centrale nella sua visione universalistica che deve essere garantito assicurando pace e giustizia;invece il tutto è ridotto ad una Amara ironia, poichè chi governa rinuncia ad esercitare i suoi diritti mentre i cittadini di più umile condizione diventano capi-fazione e sono pronti a commettere ogni sorta di abuso. Si dice che ci vuole entusiasmo o grandi miti per smuovere gli inerti. Ma cosa può ispirare le coscienze più della piena espressione del sé?”-perduti come sono nelle loro”piccole” faccende. Se l’indifferenza diventa maggioranza, tutto cesserà di esistere. Evitiamo l’aporia.

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