PESCATORI, GENTE TENACE CHE GUARDA LONTANO… (DI ANTIMO PUCA)

Pantaloni corti. Camiciole dalle maniche arrotolate. Profonde rughe orizzontali e ai lati della bocca attraversano la fronte incrociandosi con alcune verticali della linea del naso. Dalla parte inferiore, solchi laterali si uniscono nei folti baffi che ricoprono il labbro superiore. Occhi dalle palpebre gonfie. Orbite oculari profondamente incavate con sopracciglia arcuate. Una corta barba si interrompe a metà delle guance scarne. Storicamente contrapposti ai contadini, i pescatori erano le stesse persone divise tra la fatica e la costanza del lavoro in campagna e le sfide giornaliere che la vita e il mare nascondeva a poche miglia dalle zone costiere. Il mestiere di pescatore si svolgeva quando le condizioni del tempo lo permettevano e specialmente quando non soffia il vento di tramontana. Si decideva soltanto il giorno prima se uscire o no e, per operare la scelta, si provavano ad interpretare i movimenti e le sfumature del sole e della luna e se qualche nuvola lasciava presagire qualche cambiamento di tempo. L’attività marinaresca era l’unica fonte di sostegno di intere famiglie. Ischitani hanno sofferto e amato questo mare, grandezza della natura che si apre davanti agli occhi. La Mandra appare oggi una remota, pallida sopravvivenza di quello che fu un grande e maestoso mare brulicante di vita e attività lungo le sue sponde. Sulle sue rive vissero generazioni di contradaioli che si nutrivano del suo pesce, si scaldavano con la legna delle sue boschine, trasportavano con le magane sabbia e ghiaia. Gente fiera, a volte con carattere duro, forse temprato dalla fatica e dalla consapevolezza di sapere che la fortuna di una buona pesca significa sopravvivere la giornata e mantenere la famiglia, spesso numerosa. Un mestiere duro che sicuramente trova le avversità del tempo atmosferico e del mare ma che in un certo qual modo è simbolo della solitudine e del coraggio. Nella figura del pescatore che, nonostante il progresso tecnologico, è ancora in grado di suscitare rispetto e curiosità, si incontrano saperi e gesti antichi che si tramandano di padre in figlio, da vecchio a giovane, da centinaia e centinaia di anni lungo il ciclo del tempo. Governare una barca. Avere dimestichezza con il mare e i venti. Conoscere gli attrezzi del mestiere, le specie marine e le normative, richiede tempo, pazienza e impegno. Ogni mare è diverso, cosa che rende obbligatoria anche una conoscenza specifica e locale. Volti segnati dal sole e dalla salsedine. Volti di uomini fieri, uomini innamorati del mare e della vita libera all’aria aperta. Chiamano le loro barche per nome come fossero delle compagne fedeli e in quei nomi si celano storie, segreti, aneddoti che hanno segnato una vita. Spesso distanziati da competizioni e invidie, i pescatori sono solidali quando ci si incontra in mare. Il soccorso e la salvaguardia della vita umana, anche a colui che a terra è il peggior nemico, è il primo comandamento del codice marinaresco. I pescatori possedevano delle barche non rifinite e soggette alle frequenti riparazioni operate dai mastri costruttori di carretti agricoli. Un segreto per una buona pesca è la giusta conservazione e tintura delle reti, effettuate nella volgarmente nota stisa. Le reti erano confezionate con il cotone per non farle marcire e, nel periodo in cui non venivano usate, venivano cosparse con una tintura conservante ricavata dalla corteccia dell’albero di pino silvestre. Si collocavano alcuni scranni di legno messi in fila su cui si aprivano le reti esposte al sole ad asciugare per una o due giornate. Le reti erano esaminate con cura e rammendate con ago e filo in caso di rottura o con osso di seppia. Ogni marinaio che si rispetti possedeva e depositava il tutto nella grotta, “malazzeno”, scavata nella roccia.In realtà di proprietà del pubblico demanio, la grotta diveniva di proprietà della famiglia del marinaio e tale proprietà veniva tramandata di padre in figlio, il tutto con il tacito assenso delle amministrazioni. Arpionamento. Circuizione con le reti. Uso di ami costruiti con denti e ossa di animali.Un atteggiamento fiero e segnato dal mare, dal sole e dalla salsedine. Uno spirito di sacrificio e di passione, indispensabili per uscire in mare. Lo spettacolo dell’alba e del tramonto. Il canto dei gabbiani. La nebbia del mattino autunnale. Il freddo dell’inverno. La pioggia che sorprende. Un mare che dondola quando è calmo e che sobbalza quando è mosso, che incute paura e rispetto. Quel mare che a volte si porta via qualche vita, ma sempre magnifico e grandioso. Un mondo che subisce più che mai i gesti dell’uomo. Stona forte l’eccessiva antropizzazione della fascia costiera. Mani che strigano, tirano, arsettano, gettano, remano, vanno a muscolare, pescano, paitellano, scanellano, vanno a puntone, giacchiano. Gente “tosta”, che continua quest’antica arte millenaria con grande sacrificio e passione. Gente di poche parole che, con il loro lavoro, il loro sapere e le tradizioni, per secoli hanno dettato i tempi delle comunità di mare e continuano ad armonizzarsi con i periodi attuali, imperterriti nella cattura e lavorazione del pesce. Ultimi custodi del mare, conoscono bene i suoi umori e percepiscono le energie che esso sprigiona. Il pescatore oggi non può soltanto pescare, ma deve confrontarsi con i temi della sostenibilità, con la transizione verde e quella digitale. Ischia deve muoversi nella direzione giusta per promuovere una pesca sostenibile. Valorizzare progetti integrativi, come il PESCATURISMO, in grado di dare sostenibilità economica alle marinerie e per mostrare il valore, la passione e il fascino che c’è dietro ad un mestiere antico come quello del pescatore. La pesca è una grande opportunità per tutte le zone di mare. Ma occorre avere gli strumenti giusti per stare sul mercato. Ad iniziare dalla gestione utile e intelligente del prodotto che non è tutto uguale. È un settore che ha bisogno di diversificarsi, ad iniziare dagli aspetti legati al turismo, all’accoglienza e all’ospitalità. Alcune aree dovrebbero essere dedicate all’esposizione delle imprese agricole e della pesca. Si dovrebbe parlare di multifunzionalità tra cui il PESCATURISMO, imbarcare turisti per svolgere attività ed esperienze di pesca, e l’ittiturismo ovvero l’ospitalità e la ristorazione nelle case dei pescatori. Obiettivo dovrebbe essere creare sinergie tra il mondo dell’agricoltura e della pesca, prime risorse ischitane, e sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e lavoro etico e giovanile.

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