L’ITALIA: UNA BANDIERA, QUANTE NAZIONI? DI ANTIMO PUCA

Cantare «Fratelli d’Italia» allo stadio non basta per considerarci italiani: sono le leggi che si fanno in Parlamento a stabilire se davvero questo Paese è uno «d’armi, di lingua, d’altare, di memorie» e quel che segue. E a me pare che la devoluzione sia l’anti-inno di Mameli. La riforma federalista, «si appresta a cancellare (…) il senso stesso dello Stato e dell’Italia» (Claudio Magris). Un meridionale su 4 vive sotto il livello di sussistenza.

Gli effetti della devoluzione potrebbero essere di innalzare tale quota, e questo significherebbe aumento dell’illegalità e della delinquenza. Se si va di questo passo, si finirà col camminare armati come Robinson Crusoe. Parlo di povertà del Sud, e non posso non ricordare che alla vigilia dell’Unità d’Italia, circolavano nella Penisola 667 milioni di ducati, così divisi: 22 in Lombardia, nel Parmense, nel Modenese e a Venezia, 85 in Toscana, 90 negli Stati pontifici, 27 nel Regno sardo-piemontese, e 443 nel Regno delle Due Sicilie. Dopo l’impresa di Garibaldi, la quasi totalità della ricchezza «napoletana» andò al Piemonte, e Camillo Benso Conte di Cavour poté saldare i suoi enormi debiti con i Rothschild. Il Regno borbonico fu depredato di quasi tutte le sue sostanze (il Banco di Napoli aveva una riserva aurea superiore quasi quattro volte a quelle di tutte le altre banche italiane messe assieme) in modo da consentire ai piemontesi il monopolio della spesa pubblica e quindi il successivo sviluppo delle industrie e dello status socio-economico. Con Londra, Parigi e Vienna, Napoli era una delle più importanti città europee. Il suo sviluppo industriale era il 3° in Europa, e la sua flotta la più potente del continente dopo quella inglese. A seguito dello spaventoso e improvviso impoverimento, si determinò un fenomeno nuovo per il Sud: l’emigrazione. A migliaia, a milioni lasciarono le proprie terre per andare a cercar fortuna Oltreoceano: «Partono ’e bastimente». Quando il grande meridionalista Francesco Saverio Nitti pubblicò un libro intitolato «Napoli e la questione meridionale» (1904) denunciando la povertà del Sud d’Italia, il capo del governo, Giovanni Giolitti, lo incaricò di tradurre i contenuti del volume in una legge per Napoli. Legge che fu presto promulgata e attuata. Quattro anni dopo prendevano corpo l’Ente Volturno e l’Ilva, cioè gli strumenti che avrebbero avviato l’industrializzazione della città e la sua ripresa economica. In che cosa consisteva la provocazione di Galli della Loggia col suo Morte della patria ? Per lui, sostenere che la patria fosse morta l’8 settembre del ‘43 e non più rinata, né con la Resistenza né con la Repubblica, significava delegittimare il potere dei partiti usciti dalla lotta antifascista, e quindi tutta la storia repubblicana italiana dal 1945 al 1990 : il fatto che la Repubblica fosse fondata sull’antifascismo, aveva implicato l’esclusione dal patto repubblicano di una parte dell’esperienza storica, e della sensibilità ancora viva di una parte del paese che si riconosceva nei valori e nell’esperienza storica del Ventennio, e gli faceva dire che non una nuova patria era nata tra il 25 aprile ‘45 e il 2 giugno del ‘46, ma una formazione statale eterodiretta dagli Usa e dall’Urss senza sostanziale legittimità. Per riscoprire l’“amor di Patria” bisogna tornare a una linea storica che parte dalle speranze generate dalla Resistenza, che voleva riscattare il paese dall’onta del fascismo e della compromissione della monarchia, passa per il progresso civile ottenuto, nonostante i limiti, negli anni della prima repubblica, e arriva fino al sacrificio civile dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il patriottismo è inscindibile dall’universale. Già per Dante, scrive Magris, la patria è il legame fra il proprio particolarismo, l’Arno, e l’orizzonte universale, l’oceano. Il patriottismo dovrebbe essere una delle chiavi della riscossa del paese. Per i combattenti della libertà, come diceva Ernst Bloch, la vera patria non esiste ancora, perché essa è il mondo liberato dall’ingiustizia e dall’oppressione.

Di Antimo Puca

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