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“VESUVIO, CAMPI FLEGREI ED ISCHIA, TRA LE MAGGIORI AREE A RISCHIO VULCANICO”

“L’elevata pericolosità dei tre vulcani attivi dell’area campana, ovvero il Somma-Vesuvio, i Campi Flegrei e l’isola di Ischia, associata all’intensa antropizzazione e vulnerabilità del territorio, rendono quest’area una delle zone a più alto rischio vulcanico del mondo”, lo ha detto il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli lunedì 26 maggio in Senato durante un’audizione alla Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali.

Il Capo Dipartimento ha infatti relazionato su diversi aspetti, fornendo cenni sulla struttura e sulla storia eruttiva di questi vulcani (e brevemente anche sui vulcani sottomarini Marsili e Palinuro), oltre che informazioni relative agli scenari di riferimento di una loro possibile eruzione (flussi piroclastici, lapilli, cenere, rischio sismico) e alle connesse attività di protezione civile promosse, prima tra tutte quella di pianificazione dell’emergenza. Per quanto riguarda il Vesuvio e i Campi Flegrei il Capo Dipartimento ha illustrato lo stato dell’arte del lavoro di aggiornamento della pianificazione di emergenza nazionale ed è entrato nello specifico dei rischi connessi ad una possibile eruzione.

“L’intensa densità abitativa (più di 3 milioni di residenti) e la particolare vulnerabilità degli insediamenti (edificato, infrastrutture, ecc.) – ha proseguito Gabrielli – producono livelli di rischio estremamente elevati”, motivo per cui è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali che punti, oltre alle attività da mettere in pratica in caso di eruzione, anche all’informazione della cittadinanza e allaprevenzione.

“Per il futuro, è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico – ha spiegato Gabrielli tra le tante attività seguite, gestite e promosse dal Dipartimento -, e in particolare ai vulcani napoletani, che si inserisce nell’ambito di “Io non rischio”, la campagna informativa nazionale sui rischi naturali e antropici che interessano il nostro Paese. In particolare, per l’iniziativa saranno preparati materiali con informazioni su cosa sapere e cosa fare prima, durante e dopo un’eruzione. Oltre alle giornate in piazza, la campagna vedrà anche iniziative dedicate al mondo del lavoro e alle scuole”.

“Il fatto che i vulcani napoletani non siano caratterizzati nella loro attuale fase di vita da un’attività persistente e non producano quindi eruzioni frequenti, purtroppo, fa sì che la popolazione residente in quelle aree non percepisca il rischio come imminente e, di conseguenza, posponga questo problema alle ordinarie urgenze del territorio, non considerando che la gestione di una crisi vulcanica ai flegrei o al Vesuvio sarebbe un processo assai complicato da gestire” sottolinea Gabrielli.

Per i residenti nelle tre aree la certezza di “vivere in area vulcanica è evidente”, “da ciò deriva un imperativo di azione per tutti i livelli istituzionali coinvolti, ma anche e soprattutto per le popolazioni residenti, che non possono fare a meno di adottare comportamenti e scelte consapevoli e conseguenti. Di fronte all’evidenza non si può far finta di nulla o voltarsi dall’altra parte, visto che un’azione efficace di pianificazione non può prescindere dalla corretta percezione del rischio da parte della popolazione e dalla diffusione della consapevolezza che il ruolo del singoloall’interno del Servizio nazionale, sia in prevenzione che in fase di emergenza, è indispensabile per garantire un’adeguata risposta del sistema alle esigenze del territorio”.

“La promozione di una costante e corretta informazione, dunque, costituisce il passaggio obbligato per rendere le comunità più resilienti. I vulcani italiani, e quelli dell’area campana in particolare, sono monitorati e controllati e l’azione del Dipartimento della Protezione Civile e delle istituzioni tecniche e scientifiche preposte non deve venire meno, ma deve, al contrario, proseguire senza soluzioni di continuità e diventare sempre più efficace”.

“In definitiva – conclude Gabrielli -, il Piano nazionale di emergenza non è uno strumento che compete esclusivamente allo Stato centrale e mi auguro che sempre più sia scongiurato l’atteggiamento di immobilità a volte assunto dai territori. Il Dipartimento si sta impegnando affinché si diffonda l’interpretazione corretta, ossia che la pianificazione è un processo partecipato, un’azione congiunta e coordinata di diversi soggetti, ciascuno competente per una parte, che devono sviluppare le proprie pianificazioni territoriali e di settore per “comporre” il piano nazionale. Non v’è dubbio, ad esempio, che la definizione dello scenario eruttivo di riferimento o le procedure di attivazione del sistema nazionale competano al livello centrale ma è altrettanto imprescindibile che le istituzioni locali debbano predisporre il censimento della popolazione, il rilevamento delle esigenze delle modalità di evacuazione, gli studi di dettaglio del la viabilità comunale, pena la mancata realizzazione del Piano nazionale. Da questo punto di vista, mi premuro di rilevare che c’è ancora molto da fare”.