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Attualità Editoriali

ANNO NUOVO, “GIUSTIZIA NUOVA“? (DI VINCENZO ACUNTO)

L’informazione dell’ultima settimana, oltre l’ossessione asfissiante, quanto insolente, per l’arresto del boss mafioso, è caratterizzata dalle vicende che vive il sistema giustizia italiano, applicato nella verifica di funzionalità delle modifiche introdotte dalla cosiddetta “riforma Cartabia” -dal nome del ministro del precedente governo di unità nazionale-, all’indotto penale, a quello civile e al sistema di autogoverno dei giudici. Organo delicato e di potere che, a seguito delle vicende cosiddette del “sistema Palamara”, necessitava di un robusto “restyling”, invocato anche dalle “pietre di strada”.

Che la professoressa Marta Cartabia, prima di essere eletta dal Presidente Napolitano, a “giudice costituzionale”, non avesse mai espletato funzioni giurisdizionali o frequentato l’agone forense è un fatto noto, di cui ebbi già a scrivere mesi fa in occasione della sua nomina a ministro. Per cui, porre delle aspettative su una persona votata allo studio del diritto costituzionale, per avere delle norme che potessero incidere in un sistema processuale che è inceppato da cima a fondo, era una vera utopia. E, i tre punti di intervento lo stanno confermando. Non potendo stare qui ad esaminare il dettaglio, basti pensare che nella procedura penale è dovuto intervenire l’attuale guardasigilli, magistrato di lunga esperienza e giurista raffinato, per bloccare la stortura delle scarcerazioni, per mancanza di querela, per reati gravi quali: furto, lesioni, violenza personale, truffa ed altro. Nella procedura civile gli interventi modificativi evidenziano come la funzione dell’avvocato è sempre più svilita da termini, decadenze e arzigogoli vari che, presentati con l’aurea di rendere più celere il processo, concretizzano invece una ulteriore riduzione della risposta di giustizia che è sollecitata dalla gente e dal mondo imprenditoriale, desiderosi di una “giustizia sostanziale”, meno formale e burocratica. Quella che i Giudici di un tempo sapevano assicurare, individuando nel percorso processuale l’esigenza reale del cittadino. Non a caso, nella procedura civile, si insegna che il “nomen juris” alla causa lo dà il Giudice che, in relazione alle attività delle parti, individua quelle utili e necessarie per dare una risposta giusta. Non una semplice risposta. Con la riforma Cartabia, invece, decadenze a raffica per le parti, nessuna per i magistrati. Ai miei occhi la “cosiddetta riforma” conclama, ancor di più, lo svilimento del confronto processuale, tra le parti e il Giudice, che l’idiozia del processo telematico ha confinato, tra sigle anglofone, il ruolo dell’avvocato a quello di un assemblatore informatico di documenti da reperire, in tempi molto stretti, in una realtà (specialmente al sud) in cui le condizioni di taluni uffici (custodi di gran parte degli atti necessari per le cause afferenti i diritti reali) sono ancora molto lontani da quell’efficienza su cui si basa la riforma. Bene ricordare che, nella sempre decantata Germania, la telematica mania processuale, sta per andare definitivamente in soffitta su sollecitazioni degli avvocati che, in quel paese, ancora contano qualcosa. In Italia (un tempo Patria del diritto) si insiste nell’esperimento che oltre a non dare frutti veri, sta determinando un’isteria generalizzata tra gli addetti ai lavori e, tra non molto, condurrà ad una involuzione dell’intero sistema. Tempo, non molto, e ne riparleremo! Il terzo punto sul quale si è applicata la professoressa Cartabia è stato quello della riforma (??) del sistema organizzativo del CSM. Non riuscendo a trovare espressioni migliori, invito il lettore a cercare una copia del giornale “Il Roma” del 16 gennaio scorso e leggere il pezzo dell’avvocato Orazio Abbamonte. Con il garbo e la maestria della sua penna, Orazio Abbamonte, ha descritto il “metodo gattopardesco della magistratura italiana” disegnando un quadro di insieme che pochi saprebbero fare meglio.

Ha scritto: “Il csm è stato oggetto delle cure riformatrici dell’ex ministro della Giustizia Marta Cartabia, persona assai elogiata e pare particolarmente stimata dallo stesso Presidente della Repubblica. Si tratta di una giurista dell’accademia senza alcuna esperienza di vita giudiziaria se non quella da Presidente della Corte Costituzionale. Un organismo che somiglia più ad una corte reale con tanto di dignitari e valletti che non ad una corte giudicante, con cancellieri e nodosi ufficiali giudiziari. Quando la riforma Cartabia fu approvata con il dichiarato fine di scacciar via la politica dal massimo organo d’organizzazione del potere giudiziario, mi fu facile prevedere che non sarebbe servita a scalfire d’un unghia il potere dei giudici e tampoco a sottrarre la giurisdizione alle logiche della più squisita distribuzione del potere secondo indirizzi politici”……”Certo è che quello che è passato sotto il sintagma “riforma Cartabia” praticamente non è nulla”. La disamina fatta dallo studioso napoletano, conforta le mie modeste osservazioni in materia di procedura e, per altro verso ci consente di aprire anche una piccola finestra sulla martoriata isola d’Ischia che da più anni patisce una condizione ridicola del presidio giudiziario esistente. Di esso ho più volte scritto individuando responsabilità che non saprei definire: se da impedimento o da incapacità.

A fine dicembre, il presidio, che da secoli assicura la risoluzione degli affari processuali a una popolazione stanziale di 64mila abitanti che d’estate supera il milione e che contribuisce al PIL regionale per il 30%, doveva essere soppresso per assecondare il desiderio dell’ordine giudiziario di non dover patire il fastidio di andare sulle isole per espletare il proprio lavoro. Un intervento del ministro Nordio, su sollecitazione di parlamentari vicini al territorio, ha prolungato di un anno l’evento. Si spera che, nel tempo preso, il problema sia affrontato con la decisione e la competenza che il ministro sta dimostrando, altrimenti resterà un semplice prolungamento di un’agonia che l’isola d’Ischia non merita. Allo stato dell’arte, ad Ischia nella sede distaccata del tribunale di Napoli, da alcuni anni, si finge (almeno nel civile) la celebrazione di un processo tra un “semitelematico e un “semipresenziato”, con magistrati che si alternano in applicazione temporanea, spesso provenienti dal penale, che si industriano solo per rinvii delle cause a tempi successivi alla loro applicazione. Mentre la statistica, a fronte di un contenzioso che supera i 6000 procedimenti, annovera, tra i propri elementi, numeri allarmanti e allo stesso tempo disarmanti. Ad esempio, un procedimento cautelare (che per i non addetti è quello che dovrebbe avere soluzione rapida) può durare anche quattro o cinque anni con, non previste, complesse e costose istruttorie (specialmente in tema di liquidazioni delle consulenze tecniche), senza dire delle vicende riguardanti le locazioni o quelle per la correzione di un semplice errore materiale. In una strana concezione deflattiva del contenzioso, l’attore (cioè colui che principia la causa e che quindi ha disponibilità degli atti prima di iniziare) ha sempre più spesso torto (oltre il 40%) e se ha ragione si vede liquidare competenze che quasi sempre sono sotto la soglia della tabella. Tale quadro, facendo pendant con un principio entrato in voga presso la sede centrale del tribunale di Napoli, che esclude una “competenza territoriale esclusiva” della sezione, anche per quegli eventi che si determinano nel perimetro isolano, chiude il cerchio. Se non provvede il ministro saranno gli eventi a chiudere il presidio. Non potendo, gli avvocati continuare ad accettare di “scimmiottare una funzione”, sopportare costi spesso non necessari o correre il rischio di patire rigetti singolari, ogni nuova causa sarà iscritta alla sede centrale, ove si sviluppa con ritmi normali, tra giudici non obbligati a prendere il vaporetto col rischio del mal di mare o del non rientro. E così, mese dopo mese, la sezione si svuoterà e non avrà più ragione d’esistere. Ed il gioco è fatto, volenti o nolenti. Fottendosene tutti se, a fronte di tre o quattro funzionari statali che non vogliono andare a lavorare sull’isola, sarà un intero popolo a dover andare a cercare la giustizia altrove! “Tempus edax rerum” Il tempo divora ogni cosa. E tra le tante cose che in questo tempo stanno divorando l’isola d’Ischia non può mancare il presidio giudiziario! acuntovi@libero.it

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