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Attualità Editoriali

UMANAMENTE. DI VINCENZO ACUNTO

La parola, nelle sue varie declinazioni, è stata usata, nella settimana che si è chiusa, senza alcuna parsimonia da vari attori che affollano i media per dire la loro sulle vicende legate al tristissimo fenomeno della migrazione umana dall’Africa verso l’Europa.

Fenomeno che vede l’Italia primo paese d’approdo dopo i divieti che Malta (che pur esprime la presidenza del parlamento europeo e che, geograficamente, sulla rotta, è prima dell’Italia) pone alle navi traghettatrici dell’umana specie di avvicinarsi ai loro porti senza che si elevi alcun rilievo. Nel nostro paese, tutto ciò che avviene intorno al fenomeno migratorio è commentato con toni da tragedia greca dall’intero arco parlamentare che si identifica di sinistra e finanche dal Santo Padre che sui divieti maltesi mai ha detto qualcosa. E, per stimolare i governanti italiani ad essere permissivi verso un fenomeno che trova nel crimine la sua essenza di sopravvivenza, è stato usato, ripetutamente, l’avverbio “umanamente”. Bisogna comportarsi “umanamente”, bisogna essere “umani”; l’umanità viene prima delle leggi!

Il ministro degli interni, on. Piantedosi, facendo il suo mestiere, richiamando norme di diritto internazionale, aveva diramato una disposizione per la quale le navi in transito, non in pericolo, battenti bandiera di altri paesi, trasportanti persone non identificate, prive di certificazione vaccinale e senza meta, non erano autorizzate ad attraccare. Salvo prestare soccorso ai bisognosi.

 

Apriti cielo. Abbiamo sentito e visto tutto quello che è successo. Addirittura l’autocertificazione psicologica fatta firmare (?) ai migranti per attestare il loro stato di bisogno. Bombardato dalle tante esternazioni, sentite in televisione, le ripassavo in testa durante la mia “camminata settimanale”, mentre percorrevo una stradina di Forio nel silenzio surreale di una domenica mattina, chiedendomi se un ministro della nostra repubblica, per il fatto di stimolare l’applicazione di leggi, potesse o meno essere considerato “inumano” considerato che il contrario di “umano” è “inumano”. Concentrato sul dilemma, la mia attenzione era destata da un rumore prolungato tipico del “peto umano”. Pur non essendo il responsabile e non vedendo altre persone intorno, mi girai quasi a volermi giustificare con qualcuno per dire che non ero stato io, quando, tra due automezzi parcheggiati sotto una parracina, notaio un uomo di colore che stava defecando in strada. Il mio imbarazzo fu grande, mi sentii fuori luogo, assalito dal dubbio di aver “disumanamente” disturbato un fatto biologico naturale. Mentre mi allontanavo vidi che il petomane (che non sembrava avesse con sé strumenti per la sua igienicità) s’era alzato le braghe e toccandosi il sedere riprendeva il suo percorso che non so dove e verso chi lo portava. Imbarazzato continuai ad allontanarmi ricevendo, dall’archivio della memoria, un ricordo che mi riportava ad un evento nel quale, nello stesso modo grottesco o forse tragico, era stata utilizzata identica parola “umanamente”. Che ripropongo ai lettori per le considerazioni successive. Frequentavo le scuole medie quando Forio venne scossa da una terribile vicenda di cronaca nera e poiché non esistevano i metodi di diffusione di oggi, potevano passare anche dei giorni perché la notizia da Forio giungesse a S.Angelo ove abitavo. Era una mattina, durante le vacanze pasquali, verso le 9,00, quando sento la mamma che dal terrazzo di casa, con voce stentorea chiama “Mmacula/Mmacula”. Era una signora di Panza che a quell’ora, stranamente tarda, veniva al paese con la sua cesta a vendere i prodotti dell’orto. Dopo averla fatta fermare disse a me di andare a comprare alcune cose. Scesi di corsa e, prima che mi avvicinassi, notai che un’altra venditrice, di Serrara, Giovannina, avendo già completato il suo giro di vendite, stava rientrando e incrociatasi con Mmaculata gli aveva chiesto “Mmacula ‘e comm’è ca stammatin e fatt’ accussì tard?”. Giovannina s’era tolta il cesto dalla testa e, curiosa com’era, s’era messa a chiedere. Arrivato nei pressi, prima che mi avvicinassi, una mi disse “aspett’ nu mumento”. Mi sedetti ad aspettare potendo ascoltare, sotto lo sguardo vigile della mamma che, però, non era raggiunta dalla fonìa delle donne. Alla domanda Mmaculata aveva risposto “è succies nu guaio gruoss’ e aggi fatt tard”- G. “e che succies?” M. “stammatin primm’ dé sei, è venuto a casa ‘u nepot e maritem pe ce dice ca nu parent’ a Furie, er’ iut a caccia, era turnat’ primm e, arrivat a casa, aveva truvat’ a muglier’ ndu liett’ cu’ cumpar”. G., incuriositasi ancor di più, “ma tu ch’ dic Mmacula. Dint’ u liett?”; M. accompagnando il dire col capo “Ndu liett’ ancrist tutte duie ca…a…”; G. “e u marit?”, M. “u meschinieggh tenev’ancor a scuppett ncopp a spagghia; ha sparat e ha accis ‘u cumpar. Tu e capit?”; G. “niente di meno steven’ ndu liett ancrist’ tutte ddue?”; M. “ancrist -nudi- ca faceven chiuggiu fatt’ ghià e, iass -lei – nun ha sentut ca u marit turnav.  Vecca ghioch!- Umanamente -continuava Maculata-  secondo te, ca aveva fa chigghiù meschenieggh?”; G. “aee, e vattell a spegnà sta pezz’ iarz! e, chiudendo la conversazione si allontanava verso cava grado, già manifestando, espressivamnente, il gusto di poterlo raccontare ad altri. L’ultima espressione non la compresi né osai chiedere a Mmaculata, vista la sua forte agitazione. Presi quel che mamma mi aveva detto, pagai e tornai a casa. Nel tragitto, sia pur breve, rimuginavo sulla conversazione e mi chiedevo come si potesse considerare “umano” il comportamento di chi aveva tolto la vita ad un suo simile. Arrivato a casa, mamma che dalla sua postazione aveva seguito la scena ma non udita la conversazione, mi chiese cosa avessero da dirsi le due donne. Gli dissi che a Forio era successo un omicidio in quanto un uomo aveva trovato la moglie a letto con un altro. E chi è morto? Chiese la mamma. È morto l’uomo risposi e mamma, in modo perentorio esclamò: “megghiev” (ben gli sta); lasciandomi di sasso. Abbozzai una inutile replica e gli chiesi cosa significasse l’espressione “vattell a spegnà sta pezz’ iarz”. Mi disse che la si usava in presenza di situazioni difficili, quando era complicato venire a capo di una vicenda. Il perché la mia mente mi avesse fatto rivivere la conversazione tra Giovannina e Mmaculata, di oltre 50 anni fa, riportandomi all’evento tragico di allora, era sicuramente da cercare nel diverso uso o intendimento che della parola “umanamente” si può fare. Mi son chiesto quindi “può essere considerata umana l’azione dell’uomo nei confronti di un suo simile che, violando la legge, mette a repentaglio o, addirittura, gli toglie la vita e “inumana” quella di chi, per arginare un fenomeno che determina morte o malessere, chiede semplicemente il rispetto della legge?” La risposta, visti taluni eventi, è sicuramente complessa e, pur se è difficile “… spegnà na pezz’ iarz”, resto per l’applicazione della legge e del suo antico brocardo “dura lex sed lex”. Se continuiamo a intenderla come quel mezzo che serve per far vivere civilmente una società di persone per cui trovo difficile accettare che una stessa parola la si possa intendere in paradigmi diversi e di convenienza. Come purtroppo spesso avviene. Per cui, per restare nell’argomento affrontato, sarebbe il caso che il nostro governo non fermasse più le navi dei migranti e non ci faccia più assistere al penoso quanto ipocrita “balletto di intenti” attorno a concetti che dovrebbero essere sacri come quelli relativi all’umanità e all’accoglienza.

E, considerati i bei propositi espressi, da Sua Santità Francesco e dagli onorevoli Conte, Letta, Serracchiani, Fratoianni e compagnia bella, mi sento di dare un consiglio (non richiesto) al ministro Piantedosi. Anagrammando il proprio nome faccia in modo di “piantare dosi di accoglienza” anche nei pressi delle dimore dei sostenitori, a parole, dei sublimi principi dell’accoglienza e dell’umanità. Organizzi una gita per Roma di quei disperati sorridenti che con autocertificazione di necessità arrivano in Italia e li porti a visitare i meravigliosi palazzi apostolici che dallo Stato vaticano affacciano su Roma, le sontuose dimore cardinalizie e le residenze private dei citati onorevoli. Se dovesse succedere un guasto ai veicoli della polizia (che spesso sono vecchi e usurati, non trattenga i migranti a bordo (potrebbe essere incolpato di sequestro di persona) e li lasci liberi di girare ed ammirare il contorno. Non privi nessuno della possibilità di ascoltare “il peto del migrante” e di far godere ai propri congiunti gli arresti domiciliari serali che il fenomeno incontrollabile determina.  Forse poi, con qualche apprendistato diretto, si potrebbe discutere con migliore lucidità sia dell’avverbio umanamente che del significato dell’accoglienza. Nel contempo, confischi le navi delle ONG che potranno sempre servire a noi italiani per travasare le nostre esistenze in Africa e magari non ci saranno altri imprenditori che ne allestiranno altre che potrebbero essere parimenti confiscate.    acuntovi@libero.it

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