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Attualità Editoriali

AD ISCHIA LA MALAVITA E’ LA REGOLA? (DI VINCENZO ACUNTO)

La stampa locale ha chiuso il mese di ottobre evidenziando, con toni risentiti, il messaggio, meglio
denuncia, del geologo e divulgatore scientifico prof. Mario Tozzi, che in un capitolo del suo libro
“Mediterraneo inaspettato” ha detto cose delle quali “qualcuno se ne è doluto” estrapolando dal contesto generale dello scritto la frase ritenuta offensiva.

 

La frase estrapolata è questa: “ma quando l’isola d’Ischia è entrata nel mirino del turismo di massa, l’infrastrutturazione si è fatta esponenziale, con il risultato di soffocare gli elementi naturali del territorio e ricoprire tutto di cemento.

Così le infrastrutture rischiano ora il crollo -Ischia non è Rimini- e le infiltrazioni malavitose sono diventate
la regola, visto che sono quasi sempre capitali esterni a comprare e a sfruttare quella miniera d’oro”.
Diffidando delle estrapolazioni dal contesto complessivo, mi son preso la briga di andare a leggere
quel che ha scritto il prof. Tozzi che, nel libro, dedica un passaggio al terremoto di Casamicciola del
2017 e agli effetti che si sono riverberati. Senza presunzione, mi è sembrato leggere alcuni dei miei
pezzi con i quali la domenica “ingolfo” questo spazio.

Parlando del terremoto di Casamicciola, il prof. Tozzi ha scritto: «A fare paura non deve essere il terremoto. Specie se la magnitudo è di 4.0 com’è stata stavolta a Casamicciola. Si tratta di una scossa medio-bassa, che non dovrebbe uccidere, perché non dovrebbe provocare quel tipo di distruzione che invece si è verificata. A fare paura dunque, invece del terremoto, deve essere l’uomo. La sua ignoranza, la sua mancanza di memoria e la sua mano. Come in molti altri luoghi di questa Italia sismica, a Ischia è mancato anzitutto il monitoraggio. Sarebbe bastato controllare lo stato delle case e degli edifici. In generale per evitare simili tragedie sarebbe sufficiente che l’Ufficio tecnico di qualsiasi comune utilizzasse le risorse che ha sul territorio, e monitorasse. Invece nel nostro paese si resta a guardare. Senza vedere o fingendo di farlo. Ischia è un vulcano attivo. È vicina sia al Vesuvio sia ai Campi Flegrei, che sono una grande caldera in stato di quiescenza. Conosciamo bene l’area colpita dal sisma: è quella nord occidentale dell’isola, cioè la più vulcanica per via della morfologia dei terreni e della roccia. Eppure nessuno ha mai fatto niente per arginare l’urbanizzazione disordinata e selvaggia. Si è avallato l’abusivismo ostinato. Le case sono state ristrutturate male, con materiale scadente. Dalle immagini riprese dall’elicottero, ho visto cadere case destinate a sbriciolarsi per come sono state erette. Nell’edificare non si è tenuto conto che quella è una zona altamente sismica. Dalle stesse riprese non si vede una sola abitazione (fra quelle crollate) che sia stata edificata seguendo un criterio antisismico». Nel prosieguo, poi, ha detto un fatto che è sotto gli occhi di tutti e che i cartelli “vendesi”, disseminati sul territorio isolano, confermano. Con la particolarità che i costi delle cessioni sono in controtendenza rispetto ai principi di mercato ove, se l’offerta aumenta, il prezzo scende. Fatto che però non succede. Come mai? L’interrogativo troverebbe risposta considerando altre circostanze che non
stiamo qui a ripercorrere se non per dire che basta aprire le pagine delle aste giudiziali o seguire da vicino
talune “edificazioni assurde” (addirittura sugli scogli) per comprendere taluni “marchingegni” che si sono
innescati dopo il terremoto. Dal quale la “gente normale” è rimasta annientata e i furbastri ne hanno
tratto profitto. E non credo di essere il solo ad aver rilevato il fenomeno. Piuttosto andrebbe verificato
come uscire da un “marchingegno” che vede gli ischitani sempre più lontani dal loro territorio. Si pensa
ancora di delegare le indagini ai carabinieri o ai vigili urbani, sui singoli cantieri edili o si può ritenere che
è giunto il tempo per dedicare all’isola un’attenzione diversa? Da tempo “sussurro”, in questi miei
soliloqui domenicali, che per arginare certi fenomeni (dei quali poi ci si lamenta) vanno effettuati
interventi immediati, che la legge già impone, ed altri mediati per i quali andrebbe stimolato l’intervento
del legislatore (per Ischia, come per Capri o per tutti gli altri territori italiani che sono paesaggisticamente
vincolati). Per fare qualche esempio, incominciamo a chiederci “se la residenza è -per legge- il luogo di
abituale dimora” come è possibile che sull’isola d’Ischia pur esistendo tante residenze non rispondenti al
principio sono lasciate incontrollate? Non sarebbe il caso che i comuni passassero a setaccio i registri
anagrafici ed eliminassero, di ufficio, dopo i due canonici accessi dei vigili urbani, le residenze che non sono tali? Il risultato sarebbe che le case di proprietà degli “ischitani residenziali a scopo di benefici”
diventerebbero “d’emblée” seconde case, che potrebbero patire l’applicazione dei tributi alle massime
aliquote. Condizione che oltre ad impinguare le casse municipali, potrebbe far ritenere a tanti
“l’antieconomicità” della proprietà che diverrebbe possibile argomento di mercato. Se a un tale
intervento (che dovrebbe essere di routine) gli amministratori dell’isola d’Ischia, con attività mediata, si
attivassero a stimolare il legislatore a varare una norma (esistente già in altre realtà) in virtù della quale il
trasferimento immobiliare, nelle zone vincolate, sarebbe consentito solo a chi risiede di fatto in quel
territorio da almeno 10 anni, l’abusivismo edilizio non avrebbe più ragione d’essere nemmeno sotto il
profilo della necessità. Agli ischitani (e a tutti gli indigeni delle zone vincolate) verrebbe restituito, in
termini di eguaglianza economico/sociale, quel che è stato loro tolto con la legge impositiva del vincolo
paesaggistico che è una tutela a vantaggio di tutti (residenti e non). E così gli indigeni delle zone vincolate,
potrebbero, nell’ambito di normali criteri evolutivi delle famiglie, adeguare o ingrandire i propri immobili
in coerenza con le mutabili esigenze familiari o di necessità. Senza che ciò fosse visto come un fatto
eccezionale al quale, stranamente, oggi accedono, in modo formalmente legittimo solo chi ha le giuste
entrature che raramente è indigeno.

(prof. Mario Tozzi)

Io pertanto ringrazio il prof. Tozzi che, con l’autorevolezza che gli deriva dal ruolo e dalla competenza, ha acceso diverse luci che non possono essere spente con reazioni da “zita contignosa”. acuntovi@libero.it

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