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IL CORAGGIO DI IMMACOLATA LA SPOSA FANCIULLA. DI VINCENNZO ACUNTO

Per gentile concessione dell’autore, per la ricorrenza del ferragosto, dalla raccolta “i racconti sotto l’ombrellone” pubblichiamo.

Gennaro e Concetta erano due modesti agricoltori di Sevalio, paesino dell’entroterra dell’isola di Ischia e vivevano, con i figli, nella loro modesta casa di proprietà, tirando avanti con i proventi delle vendite dei prodotti della terra e del loro piccolo gregge. Producevano vino, legumi, latte e formaggio di pecora che tutti i giorni Concetta mungeva, liberandole poi al pascolo nei terreni limitrofi; abbandonati dai proprietari emigrati in America. L’allevamento delle pecore lasciava identificare il capofamiglia come “Gennar ‘u pecurar”.

(Sant’Angelo, sotto la torre)

Avevano tre figli: Immacolata, Vincenzo e Teresina. A Vincenzo toccava il compito della vendita al mercato, coadiuvato, a turno, dalle sorelle. Ragazze belle e formosa che non passavano inosservate nel panorama femminile di Sevalio. Alte come il padre, capelli neri come la mamma, slanciate in un corpo armonioso che suscitava molte immaginazioni nei ragazzi del tempo. La parlantina sciolta, soprattutto di Immacolata, ne faceva un’donna diversa e desiderata. Vincenzo era un sognatore che mal sopportava il compito assegnatogli dalla famiglia, volendo, come in tanti, andare via in cerca di fortuna. La presenza delle sorelle contribuiva a rendere, il suo compito, meno gravoso, in quanto i prodotti si vendevano in minor tempo rispetto a quando era solo al mercato. Una mattina di agosto al banchetto di vendita in “piazza belvedere” si avvicina “Umbert’ ‘u sapunaro”. Era un uomo del posto, non tanto ben visto nel paese; dall’aspetto olivastro, che, fino a pochi anni prima era imbarcato come garzone di bordo su un veliero che da Sevalio portava il vino in Toscana. Dopo pochi viaggi, giunto nel porto di Livorno, non contento per la paga, lasciò il veliero per imbarcarsi su una nave che faceva il tragitto Livorno/Marsiglia e viceversa. Nella città francese non aveva resistito al richiamo dei bordelli, retrostanti il porto, che aveva frequentato con assiduità e dedizione. Aveva contratto una fastidiosa gonorrea che gli determinava continue perdite, anche urinarie, che spesso si notavano anche al di fuori dei pantaloni. Per tale motivo, a Sevalio, ove la malattia non era ancora conosciuta, Umberto era etichettato con l’appellativo “’U pisciasotto”. Dai soggiorni marsigliesi e dalle frequentazioni femminili, Umberto apprese che quell’odore dei corpi che lo faceva andare in visibilio era dato da un sapone detto “di Marsiglia” che, oltre a profumare, aveva anche caratteristiche antibatteriche. Si vendeva a peso, in confezione quasi gelatinosa, avvolta in carta trasparente. Il costo di una decina di chili, era accessibile alle finanze di Umberto che pensò di acquistarlo e di portarlo a Sevalio per farne commercio. Nel paese Umberto gestiva una piccola bottega, ereditata dal nonno, nella quale vendeva legumi che acquistava, prevalentemente in blocco, a minor prezzo, da Vincenzo e Immacolata o Teresina quando non riuscivano a venderli al mercato. Ai legumi aveva aggiunto il sapone e per reclamizzare il “prodotto nuovo”, all’esterno del negozio espose una insegna colorata con su scritto “U sapunar”. Le donne del paese, solite a lavare le lenzuola e gli abiti, con la cenere “du fucular” e un triturato di foglie di alloro, erano attratte dal prodotto che lasciava una fragranza di pulito ed un profumo accattivante. Per avere miglior accesso presso il venditore, che pativa molto l’appellativo di “ ‘u pisciasotto”, come in un accordo collettivo non scritto, le donne del paese sostituirono l’appellativo umiliante con quello dell’insegna. Per cui Umberto da “u pisciasotto” passò ad essere “ ‘u sapunar”. Vincenzo, come gran parte dei sevalesi, non aveva in gran simpatia l’Umberto che, con la scusa del sapone, aveva “allungato l’occhio” sulla sorella Immacolata. Non lo riteneva, per i suoi trascorsi, modello di serietà e affidabilità per la sorella. Immacolata (ragazza di particolare avvenenza e bellezza) si mostrava interessata alle occhiate dell’Umberto del quale, invidiava, forse, più il sapone che la persona della quale poco sapeva. Quel magico prodotto “il sapone di marsiglia” incantava la vanità di Immacolata che riteneva potesse farla apparire ancor più bella; diversa dalle altre che, come lei, trascinavano nei loro vestiti e nei loro corpi gli odori dei campi e delle bestie che allevavano. Umberto, captata la debolezza della donna, appena la ebbe nella sua bottega a portargli i legumi non venduti, gli regalò un pezzo di sapone che tagliò con un coltello da una forma più grande che teneva, per la frescura, nel retrobottega da dove inondava di profumo l’intero locale. Immacolata arrossì. Fece il tentativo di rinunziare ma, alla semplice insistenza dell’Umberto, accettò il dono che portò a casa riponendolo, in attesa dell’uso, nel cassetto della sua biancheria intima, come “u sapunar” gli aveva consigliato. La domenica successiva alzatasi presto e sbrigate le faccende di casa, con la poca acqua calda che il fuoco era riuscito a temperare, si fece un bagno nella tinozza sistemata in soffitta che era l’ambiente più consono per tali funzioni. Immacolata prese il pezzo di sapone e lo strofinò più volte sul corpo e poi, quasi dispiaciuta, si versò addosso l’acqua che, con un boccale, attingeva dalla stessa tinozza. Uscì dall’acqua, si asciugò e si accorse che, rispetto al solito, era profumatissima. Dal cassetto (ove aveva custodito il sapone) prese la biancheria intima (che pure s’era impregnata dell’odore fresco), si vestì e uscì per andare a messa. Era raggiante. La madre (che mostrava più anni di quanti ne aveva) nel vederla così diversa, con un odore che si confondeva con il soffritto che stava in cottura per il pranzo domenicale, disse “mmaculatì ma te sient’ bbon?”. La risposta, uscendo in strada, fu lapidaria “Mai comm’ a chistu mument-mammà”. Nel percorso, da casa alla parrocchia, si sentiva più leggera del solito e più disponibile al saluto. Giunta in chiesa, si recò, come d’abitudine, al confessionale ove il prete, don Luigi, era già all’opera. Immacolata si inginocchiò all’esterno, col velo sulla testa e diede il tocco alla grata per avvertire il prete della presenza e il prete gli rivolse la frase di rito. Quel giorno un odore nuovo e diverso incuriosì il religioso che, non percependo chi fosse la portatrice, chiese: “ma chi sei”. Ed ella “ma come don Lui non mi riconoscete? Sono Immacolata a figlia e Gennar u pecurar”. Ed il prete, avvertendo una curiosità insolita e qualche scombussolamento fisico, replicò “sia fatta la volontà di Dio. Così in Cielo come in terra”. Aggiungendo “dimme piccirè che peccat ‘e fatt?”. “Nient’ don Luì, nessuna novità. Oggi mi sono fatta un bagno col sapone du sapunar e me sent’ nata persona”. Ed il prete “attient’ figlia mia; u sapunar è poco raccomandabile”. Lei “Ma pecchè ca fatt’ e mal?”. Il prete replicò “Ha peccato tanto. Si dic’ ca in Francia è stat’ ind ‘e casin e se pgiliai’ na’ malatia.”. “Abbar’ a te figlia mia” e concluse dicendo “dici due ave marie e tre glorie al padre”. Immacolata si alzò dal confessionale dirigendosi verso la sua sedia. Passò innanzi al banco degli uomini, all’ultima fila. Avvertendo il profumo che emanava, girarono tutti la testa con compiacimento. Onn’ Antonio ‘u mierec’ commentò: “E’ a figl’ ‘o pecurar. So belle e brave tutte e due figlie e Gennaro e Cuncetta”.  Rafael u stagnar aggiunse “par’ ca chest’, ha perdut’ a capa pe’ u sapunar”. Giuvannin ‘e pricchiacchiell’ incuriositosi “ma chi: u pisciasott?”  Al che il medico aggiunse. “Ma che pisciasott’, si sta curando con delle siringhe dolorose che lo stanno facendo guarire”. Immacolata s’era accorta dell’attenzione degli uomini e aveva teso l’orecchio ai commenti. Quando sentì da Onn Antonio ‘u mierec dire che “U sapunar sarebbe guarito”, alzando gli occhi in cielo, diede un sospiro di sollievo. Di lì a poco giunse anche Umberto. Vide Immacolata in ginocchio e gli riuscì naturale fermarsi ad ammirare la sinuosità di quel corpo che gli si mostrava di spalle e, nella speranza di poterla un giorno avere, si accostò al banco degli uomini a prendere posto. Rafaele u stagnar e Giovannin e pricchiacchiell’, con mossa veloce, si fecero di lato andando in un altro banco, per non restare vicino a “u sapunar” e solo Onn Antonio ‘u mierec restò al suo posto, salutando Umberto che scosse il capo per l’atteggiamento dileggioso dei due. Don Luigì uscì dalla sacrestia, con il calice in mano e seguendo i chierichetti, attraversò la navata per raggiungere l’altare. Passò vicino a Immacolata che alzandosi con tutti gli altri, diffuse nella navata un buon profumo. Il prete si girò verso di lei, gli sorrise e capozziando. La scena non passò inosservata agli uomini all’ultimo banco e nemmeno a Vincenzo il fratello di Immacolata. Il parroco durante la predica non toglieva gli occhi di dosso a Immacolata e in un passaggio non riuscendo a trattenersi disse “la primavera è come la gioventù porta con sé odori nuovi a testimonianza della magnificenza del creato”. Nessuno, tranne u sapunar, capì a cosa si riferisse il prete. Finita la funzione Vincenzo si avvicinò a Immacolata e gli chiese “ma che ti si mis’ ncuoll ca addur comm’ a putec, lu sapunar”. Immacolata arrossì e gli raccontò delle attenzioni di Umberto e del regalo che gli aveva fatto. Vincenzo su tutte le furie affrontò a viso aperto “u sapunar” e gli disse “uagliò lass’ perdere a sorema altrimenti te faccio comm’ u sapon ca vinn”. Umberto: “Ma che stai ricenn Vicenzì , io cu soreta tengh’ intenzioni serie. Mica me voglio divertì. E poi si ‘u vuò sapè, vist ca a te nun piace e fa u’ mercat’, agg’ pensat e ingrandì u cummerce’ du sapone nziem’ a te”. Aggiunse “Sai Vicenzì è il prodotto del futuro. In Francia tutte e femmen se lavano cu sapone e marsiglia e lavan pur e lenzol e i vestiti”. Costa poco e tutt’ s’accattan”. Vincenzo si calmò e, poiché aveva desiderio di modificare il suo status, replicò “Sarebb’ na bbon idea”. E Umbert’ “Famm’ a sapè”. Nel giro di un mese Vincenzo, tra le imprecazioni del padre, partì per Marsiglia con il capitale (cinquemila lire) che Umberto gli aveva dato, aggiungendone altre duemila, dei propri risparmi, per comprare il sapone. Da Napoli c’era una nave che andava a Genova e da lì un’altra per Marsiglia. Tornò a Sevalio con 70 chili di “sapone mollo”. Umbert’ u sapunar’ organizzò una piccola festicciola fuori “a putec” ove aveva corretto l’insegna sostituendo la lettera “U“ -singolare- con la “E” plurale. L’insegna si leggeva pertanto “e sapunar”. Fave abbrustolite e un qualche bicchiere di rosolio sugellarono la costituita società commerciale alla quale non mancò don Luigi “u prevet” che benedì il negozio ricevendo in regalo 50 grammi di sapone. Dal giorno dopo, le donne di Sevalio facevano la fila fuori la bottega de “E Sapunar” per acquistare pochi grammi di sapone. E, dopo la prova del lavaggio, le quantità di vendite aumentarono progressivamente. Gli affari per “e sapunar” andavano a gonfie vele. Umberto vendeva e Vincenzo andava a fare gli acquisti. I primi tempi direttamente a Marsiglia e poi a Napoli attraverso un grossista. Nel frattempo la malattia di Umberto non era più argomento di commento pur se lo stesso era rimasto un “affezionato” paziente di “Onn Antonio u mierec”. Da che era “Umberto u pisciasott” era identificato, unicamente, come “Umbert’ ‘u sapunar” e la cosa lo rendeva felice. Con la conquistata credibilità poteva vendere il sapone a credito, alle donne del paese, che costantemente insediava con toccatine e occhiolini. Immacolata, dopo pochi mesi, irretita dal sapone e dal benessere di Umberto, cedette alle lusinghe e vinte le resistenze di papà Gennaro si dichiarò disponibile a sposare “u sapunar”. Il giorno del matrimonio era più bella e profumata del solito. Profumati erano, tutti gli invitati ai quali, sia la sposa che lo sposo, come bomboniera, avevano regalato 25 grammi di sapone e 5 confetti. La sera prima del matrimonio Immacolata si recò in chiesa per confessarsi. Il prete l’attese nella sagrestia, chiuse la porta, la scrutò da capo a piedi, gli mise la mano sulla spalla e, senza mezzi termini, le chiese “sei già prena?”. Immacolata arrossì, pur non comprendo appieno la domanda. Ed il prete “Tu e ‘u sapunar avit’ già fatt’ ammore, aspiett’ nu figl?”. E Immacolata “No assolutamente no. Iss vulev’ ma io aggio’ resistito. Me vulev’ regalà miez’ chil e sapone. Ma io, agg’ resistit ugualmente. Songh ancor’ comm’mamm’ ma fatt”. Ed il prete “sient’ figghia mia. Tu stai ancor’ ntiemp. Io tagg’ fatt’ a domanda pecchè si me diciv che attendevi un figlio, dicevo a tutte quant, ca aviv fatto peccato mortale, per congiunzione fuori di matrimonio, e mi sarei opposto al rito. Te dico queste cose, pecchè ho saputo da Onn.Antonio u mierec, ca u sapunar va ancor’ addu iss a se ffà e serengh’- e sembra ca, a malatia, nun è scumpars ancora. Nun gocciola chiù ma ce prur ancor paricch’”. E Immacolata “Nun è possibil, ma itt che è passat tutt’cos; ca sta buon”. Ed il prete “I taggio detto na cos’ ca nun te putev dicer’ pecchè a, Onn Antonio, l’aggi fatt’ parlà in confessione. Tu sai ca io te voglio ben e aggi semp’ avuto nu’uocchie e riguard pe te!!”. E così dicendo, don Luigi batté la mano sulla spalla di Immacolata, gli carezzò i capelli e le baciò la testa. I capelli erano profumati e don Luigi avvertì la stessa sensazione emotiva del confessionale. Si segnò di croce, assolse Immacolata, senza darle penitenze. La ragazza chiese quante preghiere doveva dire per l’assoluzione. Niente disse il prete “già stai ienn in purgatorio e nun ce bisogno d’altro. Sei assolta. Vai cu Ddio”. Prendendo fiato aggiunse “ricordati che, per qualunque cosa hai bisogno, don Luigi sta ccà”. Il giorno dopo alle 11 la chiesa era pronta e gli sposi pure. Immacolata raggiante arricò sotto il braccio di papà Gennaro che, tirato a nuovo, era irriconoscibile. Umberto era lì ad attenderla. Vedendola arrivare arrossì tanto che le guance apparivano violacee. Salutò Gennaro, prese sottobraccio Immacolata e insieme, attraversando la navata centrale, prendendo posto nella postazione a riservata agli sposi. Gli invitati applaudirono il passaggio. La chiesa profumava sia per l’addobbo floreale che del sapone di marsiglia di cui gli invitati avevano fatto ampio uso aprendo la bomboniera. Al momento dello scambio dell’impegno, don Luigi diversamente dal solito, si rivolse prima allo sposo e, guardandolo con sguardo indagatore, disse “vuoi tu Umberto sapunaro prendere in sposa la qui presente Immacolata Iacono?”. Umberto fermò il prete e disse, guardat’ don Luigi, il mio cognome non è sapunar. Ed il prete “Si, si lo so che anche tu fai Iacono; ma tutti ti conoscono come “u sapunar” e poiché l’impegno è pubblico e, ognuno si potrebbe opporre, per evitare confusioni, devono sentire ca sei tu “Umbert u sapunar” che si impegna con questa fanciulla. Umberto disse “sì lo voglio”. Rivolgendosi poi a Immacolata che era arrossita, il prete la guardò strizzando l’occhio e gli rivolse la stessa domanda. Prima che Immacolata rispondesse aggiunse “ce pensat bbuon?”. Immacolata disse “sì lo voglio” ed il prete alzando gli occhi al cielo facendosi il segno della croce aggiunse “Ego coniungo vos in matrimonio. Sia fatta la volontà di Dio”. La festa fu fatta in una tavernuola del posto ove furono serviti maccheroni, pollo, capretto e tanto vino. Nicolino “u cantastorie” con la sua chitarra canticchiava di tanto in tanto melodie napoletane. Alle quattro del pomeriggio gli sposi lasciarono la taverna per raggiungere il porto di Ischia per imbarcarsi sulla “passeggiata” della Span diretta a Napoli. Nella borsetta, Immacolata custodiva gelosamente il certificato di matrimonio, rilasciatole da don Luigi, pronta ad esibirlo a chi avesse dubitato della legittimità della coppia. Il traghetto arrivò a Napoli alle otto di sera e gli sposi con due valige e la borsetta, al braccio di Immacolata, si diressero presso una locanda dietro al porto nella quale entrarono. Immacolata era come stordita, un profumo di incenso la rapiva. Notò che una signora, seduta ad una scrivania, salutò Umberto con molta cordialità; come se lo conoscesse da tempo e, nell’intrattenimento a Immacolata non sfuggì che la donna diceva al marito “Onn Umbè, vi dò la solita al primo o preferite il secondo piano? Umberto disse “al secondo” (così si sente meno il traffico notturno). “E’pulita e profumata come piace a voi”, aggiunse la donna. Umberto mette mano al portafogli e mentre sta eseguendo la formalità, da una scaletta laterale compare una ragazza con labbra tinte rosso fuoco, vestita con abbigliamento approssimato. Rivolgendosi a Umberto gli dice “ciao Ciccino, sapone nuovo?”. Umberto, in chiaro disagio, abbozzò un sorrisino e, alzando il tono disse “vi presento mia moglie Immacolata”. Le due donne capirono e si schernirono per l’imbarazzo procurato al cliente. Umberto e Immacolata raggiunsero la camera loro assegnata nella quale “u sapunar” apparve a suo agio con gli spazi e le cose disponibili. Immacolata, incuriosita della confidenza delle donne, chiese al marito “Umbé com’è ca chell’ femmene ti conoscono così bene?”. Lui di rimando, senza tradire emozioni, “quando vengo a fare spesa a Napoli e non riesco a tornare in tempo, mi appoggio qui a dormire”. E Immacolata “pur’ Vicenzin fratem, quann ven’ a ffa spes a Napul ven a durmì cca?”. Umberto non rispose dando a intendere che non lo sapeva. Si slegò la cravatta si tolse la camicia, si sciacquò le mani e la faccia nel lavandino che era in camera, dopo avervi versato dell’acqua da una brocca che era a terra vicino ad un altro accessorio, del quale Immacolata chiese “a che serv’ chillu cos’ che ten’ a forma da chitarra e Nicolino?”. Umberto: “Mmaculatì, ca stamm’ in città mica a Sevalio. Le donne dopo aver fatto l’ammor’ o altro se lavan cu l’acqua e ‘u sapon”. Immacolta annuì. Stava per uscire dalla stanza quando sentì Umberto che gli chiedeva “addò vaie”.  “Devo andare nel gabinetto -cu rispett’ parlann” replicò la donna. “U cabinetto sta ccà; indicando a Immacolata un separé, dietro al quale vi era un recipiente di lamiera tondo come una pentola alta, con un manico vicino e un coperchio sopra. “Se hai necessità di fare i bisogni, ti siedi llà ncopp e fai. Quann’ e fernut’ ce miett u cuperch’ ncopp e ti siedi sul bidé e ti lavi cu’ l’acqua e u’sapon’ ”. Immacolata era imbarazzatissima e cercava di ricordare tutte le raccomandazioni che mamma Concetta e zia Carmelina gli avevano fatto per la prima notte di matrimonio. La necessità di fare i bisogni gli era passata; si mise la camicia da notte bianca e profumata e si sdraiò sul letto. Umberto la seguiva con uno sguardo strano, indagatore e allo stesso tempo soddisfatto. Aveva il suo giocattolo e si mostrava padrone del momento. Quando Immacolata gli fu di fianco, si girò verso di lei che, non sapendo cosa fare, si sentiva pietrificata. Con la mano le girò il volto verso il suo e la baciò sulle labbra. Una prima, una seconda e poi un’altra ancora fino a che Immacolata, per “prendere fiato”, aprì la bocca e Umberto allungò la sua lingua su quella di Immacolata. La donna manifestò un principio di soffocamento e girandosi verso l’esterno del letto, sputò per terra. “Ma che fai” chiese Umberto “io son tuo marito e accussì ci si bacia tra marito e moglie”. Mentre diceva ciò, la mano, con padronanza e delicatezza, si intrufolava sotto la camicia di Immacolata; arrivò allo slip, lo spostò e s’introdusse là dove, mai prima mano estranea era giunta.  Umberto con maestria fece in modo che Immacolata rilassasse le gambe (diventate due legni distesi) e incominciò a carezzarla sempre di più. La donna lo lasciava fare anche perché riteneva di non potersi opporre, pur avvertendo un senso di fastidio per una, per lei innaturale, scarica elettrica che le attraversava il corpo. Pian piano la scarica elettrica si attenuò, Immacolata si rilassò ulteriormente e ricordando le parole di zia Carmelina allungò anch’essa la mano verso Umberto avvertendo una rigidità a lei sconosciuta. Ritenne che stesse per giungere il momento che gli era stato descritto e chiuse gli occhi. Quando avvertì che Umberto stava per rotolarsi su di lei, come in un lampo, gli apparve la figura imponente di don Luigi e l’avvertimento che gli aveva fatto la sera precedente. Rivolgendosi a Umberto gli dice “ma che voleva dire don Luigi cu chell parol ce pensat bbuon?”. “Ma che t’aggia dì” replicò Umberto con una manifestazione di fastidio evidente. L’interruzione e il ricordo del prete scombussolarono l’uomo che, in un attimo perse ogni aitanza comportamentale e le evoluzioni della coppia finirono lì. Immacolata non si spiegava il perchè. Umberto era chiaramente nervoso pur se per nascondere il suo stato si adoperò con altre tecniche erotiche, sul corpo di Immacolata che, pur ritenendole strane, lasciò fare. Annusando il corpo di Immacolata disse “ne cunsumat’ sapon’ eh?”. Immacolata avvertendo nella espressione un principio di rimprovero replicò “song o nun song a muglier du sapunar?”. La notte finì lì. Quella che Immacolata aveva immaginato come l’incontro tra “’U Zimbro e a pecor” nel recinto di suo padre, passò tra carezze, bacetti e sbadigli. Il mattino successivo la coppia partì per Pompei ove visitò la basilica; ascoltò la messa e mentre il parroco “faceva la predica”, Immacolata rivide, nella figura del celebrante, quella di don Luigi e le sue parole gli tornarono in mente “Mmaculatì si propri sicur’ e te spusà u sapunar. Onn Antonio m’ha ritto ca nun stà ancora bbuon”. Terminata la funzione la coppia visitò la città del santuario e giunta l’ora di pranzo andò in un ristorantino del posto e poi presero posto nella pensione “Belvedere”. Qui nessuno mostrò di conoscere Umberto che chiuse dietro di sé la porta della camera. Immacolata si liberò subito dei suoi abiti, restando in mutandine e reggiseno. Si recò al lavandino, si lavò le mani la faccia e, con l’asciugamani umido, si asciugò il corpo leggermente sudato. Avvertendo che dalla finestra entrava un bel venticello, si pose nel flusso d’aria con le braccia allargate dando la schiena al marito. Umberto la guardò con un’intensità superiore al solito. Immacolata era bella e ben fatta e sentì di desiderarla molto. Gli si avvicinò da dietro, le slacciò il reggiseno le baciò le spalle e la schiena tutta (come aveva appreso nei bordelli di Marsiglia) e, ottenendo la totale disponibilità della donna, che avvertiva un crescendo di piacere la sollevò di peso per portarla sul letto. Immacolata era rilassata apri gli occhi e carezzò il capo al suo uomo. Umberto sentendo giunto il momento sognato da tempo, avvertendo la giusta condizione, si denudò e con furenzia particolare s’avventò sul corpo di Immacolata alla quale, in un baleno, gli si materializzò innanzi don Luigi che la guardava con occhi furenti. Non disse nulla dell’apparizione e rivolgendosi a Umberto disse “nun me fa mal. Fai chianu chian’” aggiungendo “Te prur’ ancor?”. Umberto avvertì come una rasoiata alle sue parti intime che, in un baleno, come un pallone bucato, si sgasarono. Immacolata avvertì la delusione dell’uomo e anche in lei. In un attimo gli tornarono innanzi tutti gli spettri. Le parole di papà Gennaro, che mai aveva digerito la storia con Umberto, quelle di don Luigi, di Rafaele u stagnar e Giovannin e pricchiacchiell. Nel silenzio glaciale imperante nella stanza si chiese “E mò che faccio?” Umberto era particolarmente nervoso e nello sguardo deluso della moglie esclamò: “Mmaculatì tu adda sapè ca ammore se fa mettenn’ l’omm dint a femmen e non parlann lu prevt’ o facenn domande. E capit?”. Immacolata sentendosi rimproverata replicò “ma che nun te pozz chieder manco si te prur ancor?”. Aggiunse “A proposito te passat u prurit, visto che vai spiss addù Onn Antonio u mierec”. Umberto sentendosi scoperto arrossì e cercò di sminuire dicendo “cu onn Antonio simm amice e ce port u sapone e ne approfitt pur pe sapè se stò definitivamente buono o ancora no”. Immacolata avvertendo il disagio dell’uomo disse “Umbè, io t’aggi spusat contro u parer’ e patem e mamm; pa malatia che hai tenut o ca tien anacor. Mo ca turmann a casa t’accumpagn io addu Onn’ Antonio e voglio sentì a iss si stai bbuon oppure no. Altrimenti tu, stù battagl’ tu cca dint -indicando, con la mano aperta, il suo organo genitale- nun c’ho miett”. E capit?”.  Umberto non replicò una parola considerando i due fallimenti. E mentre acconsentiva disse a Immacolata “ricordati ca tu si semp’ mia moglie e io ho diritto sul tuo corpo”. E Immacolata “io sapevo cha ‘u diritto ‘u teniv cu chillu cos’llà e non cu e mann e cu a vocca. Comunque -aggiunse- poiché che man e ca lengh me piace pure a me, fa chell’ ca vuò; io son tua moglie. Tien’ present’ ca, primma caggio parlat cu’ Onn Antonio, tu, stù battaglio nun c’ho miett ca dint” (indicando, nuovamente, con l’indice, il suo sesso). ‘E capit’ bbuon?” A Umberto non restò che annuire. Dopo tre giorni a Pompei la coppia si spostò a Sorrento. Immacolata oramai teneva in pugno l’uomo che aveva perso quella spavalderia e baldanza che mostrava a Sevalio, impegnandosi in tutti i modi per dare alla moglie quel “piacere” che ella non disdegnava. Dopo una settimana tornarono a casa andando ad abitare in una casa di Umberto sulla collina del paese, finemente arredata, lontano da occhi e orecchie indiscrete. Mamma Concetta e Zia Carmelina fecero visita a Immacolata e, approfittando dell’assenza di Umberto, chiesero com’era andato il viaggio di nozze. Immacolata, con dovizia di particolari parlò dell’arrivo a Napoli, poi a Pompei e poi a Sorrento. Ma tanto Concetta che zia Carmelina erano interessate a sapere come era andata a letto. Per cui visto che Immacolata tergiversava sull’argomento, con una certa spietatezza, zia Carmelina chiese: “Mmaculatì comm’è ghiut chillu fatto llà. Avit fatt’ ammor; E’asciut’ assai sangh?”. Nell’apprensione di mamma Concetta e di Zia Carmelina, Immacolata incominciò “Simm stat a liett. M’ha carezzat, m’ha vasat’ assai. Pur’ llà”. Zia Carmelina, si girò di scatto e sputando per terra disse “che depravat”. Mamma Concetta, guardando storto la sorella schizzinosa (come per dirle tu non sai nulla), ansiosa chiese, “e poi?”. E Immacolata: “Mammà, ogni vot’ ca ce pruvav, me venev nnanz don Luigi che me dicev’ -ce penzat bbuon?- e papà ca sturcev u muss. Io glielo dicev a Umberto e chill….. ‘inta ‘nattimo…. si sgunfiav comm’ a nu pallon’ schiattat e se girav’ e lat. Po quann ciagg domandat – o prurit u tien ancor- è stata la fine“. Zia Carmelina “O Gesù Gesù Gesù. Ce se mis pur don Luigi a completà l’opera”. E di seguito “Ma fa ca ‘u sapunar fosse pur ricchione oltre a malatia?” e, Immacolata “A zi nun stà a penza’ ancora. Tra qualche ghjuorn l’accumpagno addù Onn Antonio u mierec pecchè io aggia sapè. Me raccumann statev zitt, nun dicit nient a nisciun altrimenti scoppia la terza guerra mondiale!!”. Sulle rispettive promesse le donne si lasciarono. Immacolata messa in ordine la casa andò alla bottega. Nel tragitto incontrò Giovannin e pricchiacchiell che gli chiese “come stai Mmaculatì?”. Alla risposta positiva di Immacolata, Giovannin, borbottò “Ah stai bbon? E, borbottando, aggiunse per se “Nun me lo immaginav ca ‘u sapunar fosse pur attiv”. Immacolata, pur sentendo, non capì il senso e andò oltre, non sapendo che nella cultura paesana dell’epoca, l’uomo che non era in grado di concupire una donna, pur non manifestando diversità di genere, era dispregiativamente etichettato col termine “ricchione”. Giunta al negozio trovò Umberto che discuteva animatamente con suo fratello Vincenzo per l’apertura di un altro negozio da solo e non in società. E mentre Vincenzo gli chiedeva il perché, Umberto gli replicò “me so pigliat’ a soreta e mo’ sto in società cu essa”. Mentre diceva ciò Immacolata entrò in bottega e sentì la frase. Vide Vincenzo rabbuiato e gli chiese il motivo. Il fratello replicò “Ecco mò, pe colpa toia, maritet nun vo tene chiù a società cu mme pecchè ha ditto ca sta già a socio cu te; e basta”. Immacolata si sentì avvampare e, già “carica” degli eventi precedenti, rivolta a Umberto gli disse “Sient’ Umbè. Io e te nun simm ancor’ niente e tu sai ‘u pecchè. Si pienz ca io so na’ socia sul pu’ sapone, allora dicimmancell’ subeto subeto, annanz a fratem. Tu riman cu’ sapone e fasul e le chichierchic e i torn cu fratem a ffà u mercat. E po’ verimm chi vende e chiù, facenn sapè a tutt’ quant’ chell’ ca è succies a Napul, a Pumpei e a Surrient. Chiaro?”. Vincenzo pur non comprendendo cosa fosse successo in viaggio di nozze, avvertì un senso di protezione da parte della sorella mai avvertito prima. Era felice. Abbracciò forte Immacolata e commosso lasciò la bottega. Il giorno dopo Umberto e Immacolata fecero visita a Onn Antonio u mierec. Al dottore Immacolata, con disarmante schiettezza pose la domanda sulle condizioni di salute di Umberto. Il medico, che aveva una ottima amicizia con Umberto, la prese alla larga col ragionamento. Immacolata non comprendendo tanti giri di parole lo interruppe “Onn Antò io non capisco tutte ste parole. Voglio solo sapere se Umberto sta bbuono o è ancora pericolos? Cu mme nun è succies nient. Io songh’ ancor vergine; u matrimonio nun val e se po annullà. Percò, voi siete responsabile e mi dovete dire e siate sincero.” Informata in modo dettagliato che Umberto non era ancora fuori pericolo, il giorno successivo Immacolata andò da don Luigi che, vedendola arrivare con passo deciso e astata, comprese che “in pentola bolliva qualcosa”. Chiuse la porta della sagrestia, si sedette di fronte a Immacolata che con la sua gonnella sopra le ginocchia gli determinava, come sempre, un piacevole turbamento e sospirando verso Immacolata chiese “che mi vuoi dire?”. Immacolata raccontò ogni cosa e alla fine disse “io voglio annulla tutte cose. Se po ffà?”. Una volta che ebbe finito, don Luigi replicò “E’ difficile ma si potrebbe ottenere l’annullamento dalla Sacra Rota per la mancata consumazione del matrimonio, aggiungendo in latino “matrimonium ratum sed non consumato”. Aggiunse poi, “per farlo in breve e con minori spese, deve essere però d’accordo pur’ maritet e comunque ce vonn paricch’ sold”. Immacolata si sentiva come un animale ferito. “Nun te preoccupà don Luì esce sia il consenso ca i soldi”.  Arrivata a casa, aspettò che Umberto rientrasse. L’affrontò con parole di fuoco “Abbess’ saput’ ca ir pur ricchion. Aveva ragione Giovannin e pricchiacchiell ca tu tien ‘u difett e nun si bbuon. Perciò mo, mò s’adda piglià a decisione. Jamm addù don Luigi, firm’ e carta, caccie e sold’ e luvamm stà pagliacciat’ a miez. Altrimenti io dic’ a tutt’ quanto ca tu nun si bbuon; me ne vac cu nat’omm e tu oltre a essere richhion e sapunar, addevient pur curnut. Che vuò fa?”. Umberto appariva tramortito, il respiro gli era affannoso, era bianco in volto e incapace di replicare. Corse in cucina, afferrò un coltello e rivolgendosi a Immacolata gridò “si nun a fernisce i m’accid; ca nnanz a te. Vuò chest?”. Immacolata fu gelida e immediata: “Si t’accid, facimm primm. Accussì io rimang vedova, me piglio tutt’a robba toia, e me sposo con un uomo vero; ca me ffà sentì femmena.” Umberto s’accasciò sulla sedia implorando a Immacolata “E tutt’ chest pecchè io nun voglio tenè a società cu fratet?”. Immacolata “Non solo per questo. Pecchè tu si fauz. Me pigliat cu l’inganno e io comm a na scem, pe ne poco e sapon, ce so caruta. Decidet che vo ffà; jamm bell. Mo, mo”.  Dopo due giorni di litigi, Immacolata e Umberto si recano da don Luigi. Il prete vedendoli arrivare capisce. Immacolata chiude, lei, la porta della sagrestia e rivolta a Umberto “miette e sold ncopp ‘u cummò e firma a carta ca don Luigi ti dà. Dopp a te firm pur’ io”. Il prete “Calma Mmaculatì, Io aggia, primma, parlà cu vescovo e aggia dà na cos’ e sold per farlo muovere. Poi ‘u vescovo va a parlà cu cardinal e ce vò nata cos ‘e sord e poi si riunisce il Tribunale che decide”. Rivolto a Umberto gli chiede. “E’ ver ca nun è fatt’ ammor cu Maculatin?” E Umberto “don Luì: chell’ tutte e tre e vot’ ca c’agg’ pruvat’, verev a vuie e me lo ha detto. Io me sono impressionato e pascal se ne è scis e nun è stato possibile combinà nient. Dopp’ ca simm turnat; ha sentut a Giovannin a pricchiacchiell ca dicev’ ca io so ricchion e a vi lloc. Me ne stà ricenne e tutte e culur e ca si nun firm dice a tutt’quant ca io nun so bbuon e so malat. Caggia ffà?”. Il prete “Vabbuò Umbè, a tutto c’è rimedio. Non fare sceneggiate. Ca ir nu poc ricchion e sapevem tutt’ quant.-alzando la voce- Ma pecchè si ghiut a romp u cazz a Mmaculatin?. Mo, pav e zitt; e tutt’ ‘e cos’rummann cà dint e si sistemano. Dicimm ca ve siet sbagliat, ca nun sapivev ca u matrimonio importa certi obblighi e togliamo la frasca di mezzo. Tu continui a fare u sapunar e Mmaculatin torn’ nata vota a signorin ca era. Okei?” Al cenno di assenso di Umberto don Luigi tirò fuori dal cassetto alcuni fogli che fece firmare, più volte sia a lui che a Immacolata. Su di esso era scritto “richiesta di annullamento di matrimonio ratum sed non consumato”. Poi con la mano aperta tese il braccio, facendo con l’indice e il pollice il segnale dei soldi, che Umberto tirò fuori da una borsa. Era un rotolo di banconote che il prete contò piano piano, respirando spesso durante la conta. Li mise in una scatola di scarpe che chiuse nell’armadio. Nel paese la voce del malessere tra Immacolata e Umberto s’era diffusa sia pur non nei dettagli. La coppia per celare la verità e giungere al risultato si faceva vedere in giro con espressione serena. Don Luigi dopo aver lubrificato i canali giusti riuscì nel giro di qualche anno a far ottenere l’annullamento del matrimonio tra Umberto e Mmaculatin che, finite le pratiche ritornarono alle reciproche attività a Sevalio. Umberto si diede da fare nel lavoro aprendo altri negozi in cui vendeva ogni ben di Dio. Dopo qualche anno si fece vedere in giro con Clelia una donna che aveva conosciuto nel “bordello” di Napoli. Essa si trasferì a Sevalio e, pur non unita in matrimonio, viveva nella stessa casa di Umberto, dicendo che faceva le pulizie. Dopo qualche anno si sposarono e dopo qualche mese nacque un figlio. Nonostante le apparenze positive Umberto era tenuto a distanza dai paesani per i quali era diventato “nu sapunar ntracuman”, poiché prestava soldi a interesse e a chi non restituiva il credito si faceva consegnare la proprietà. Insieme a Onn Antonio ‘u mierec si candidò alle prime elezioni che si tennero a Sevalio su disposizione della regia prefettura di Napoli e venne eletto in municipio. La cura e “Onn Antonio” riuscì a guarirlo dalla malattia ma nei rapporti con le donne incespicava sempre perché, a dire degli informati, nel momento topico, Immacolata gli appariva davanti come una maga che gli gridava “dracumà, nun si bbuon”. La stessa Clelia se ne lamentava e la gente sospettava che il figlio della coppia, fosse in dipendenza di una “leggerezza” della donna e non del “sapunar”.  Immacolata, ascoltò il consiglio del padre, si sposò, per procura, con Nicola figlio di un emigrante, proprietario dei terreni a confine con quelli di Gennaro ove pascolavano le pecore, con il quale aveva mantenuto rapporti epistolari. Dopo il matrimonio, ricevuto il biglietto e piccole somme, Immacolata si imbarcò sulla motonave “Conte Biancamano” e raggiunse il marito in America. Nicola si rivelò un buon marito e con lui generò quattro figli vivendo una vita agiata e serena che le fece dimenticare le traversie patite a Sevalio con “Umbert ‘u sapunar”. acuntovi@libero.it

 

 

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