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UN’ISOLA SEMPRE PIU’ POVERA. DI VINCENZO ACUNTO

Lunedì 9 maggio il quotidiano locale, con un buon articolo di F.sca Pagano dal titolo “se l’isola si
scopre sempre più povera”, ha sollevato il coperchio di una pentola che da tanto tempo manifesta
segni di ebollizione, pubblicando un quadro statistico dell’anno 2020 che è sicuramente allarmante
e che ripubblico per rendere l’idea. Nell’elenco vi è anche il mio Comune (Serrara Fontana) che,
per i suoi dati contenuti, utilizzo come elemento di analisi, allo scopo di rendere comprensibile
quanto appresso.

Nel decennio 2010/2020, il comune ha registrato una riduzione degli abitanti di
177 unità e, conseguenzialmente, anche il numero dei contribuenti che, al 2020, ammontavano a
1894, dei quali 942 con redditi entro i diecimila euro che attestano che un cittadino su due vive in
soglia di povertà. È un dato che dovrebbe impressionare che, però, è tenuto sotto silenzio come
tanti altri che, ciclicamente, esamino in questo spazio domenicale. Dati che denotano il
progressivo impoverimento del contesto sociale ove, purtroppo, gli avvisi di espropriazioni
immobiliari e di protesti, sono certezze in costante aumento. Se analizziamo la sola Santangelo
(frazione del comune) che, fino al 2000, era la cassaforte del municipio, nessuno pone attenzione
che sia l’amministrazione postale che il banco di Napoli hanno soppresso i loro sportelli
certificando, con ciò, che il risparmio è andato a farsi friggere e le operazioni finanziarie si fanno
altrove, come pure altrove si fanno quelle del cassiere municipale. Allo stato dell’arte,
l’imprenditoria locale (fatta da albergatori, ristoratori, bar e venditori di souvenir) tra fallimenti,
espropriazioni e pandemia è alla canna del gas vessati, un giorno sì e l’altro pure, da una
burocrazia di sistema che sta determinando più di qualcuno ad abbassare la saracinesca. Per
tentar di capire, per chi ha interesse sull’argomento, è bene andar con ordine. Il patrimonio
immobiliare (dato noto, come per tutta l’isola d’Ischia) è in larga parte costituito da costruzioni
che si presentano come illegittime (o perché costruite abusivamente o perché non aggiornate
catastalmente per qualche variazione). Abusivamente (con gli occhi socchiusi di ogni autorità) si
sono costruiti alberghi, abitazioni e locali commerciali che, con il consenso della politica locale,
sono stati destinati ed utilizzati, anche per scopi non abitativi, con rilascio di licenze di commercio
e autorizzazioni sanitarie. Attività che hanno dato lavoro, prodotto reddito, creato ricchezza, non
solo privata ma anche pubblica, in quanto i tributi e gli oneri vari sono stati puntualmente erogati
e riscossi e non risulta che dal 1942 (data della prima legge urbanistica in Italia) ad oggi sia mai
stato, almeno a Serrara, arrestato o sospeso un sindaco, un funzionario comunale dell’edilizia, del
commercio o sanitario. Pur facendosi convegni, dibattiti e programmi televisivi rilevanti il
fenomeno. Qualche anno fa, però, qualche noto intelligentone della politica nazionale (mai seguito
o contestato dalla politica locale) partoriva l’idea di cambiare le carte in tavola senza informarsi di
cosa c’era sotto la tovaglia della stessa tavola. Nella smania di apparire più intelligente dei
predecessori, perseguendo l’aulico intento di dover tutelare qualcosa, si è messo mano ai
regolamenti disciplinanti le aperture e le gestioni delle attività commerciali senza operare nessun
distinguo tra quelle che si andavano ad aprire ex novo e quelle esistenti da decenni. Con la
conseguenza che (come poi si è verificato) nell’ipotesi in cui tizio ereditava o acquistava una
vecchia attività commerciale, era costretto a produrre una serie di incartamenti, ex novo, non
sempre rilasciabili. Come ad esempio il “certificato di agibilità” che è diventato un autentico
spauracchio per ogni titolare di attività. È un documento che dovrebbe ultimare il cosiddetto
fascicolo edilizio, in essere dal 1934, quando era una semplice autorizzazione che attestava la
salubrità degli ambienti, rilasciata dal “medico condotto”, che, nel testo unico sull’edilizia del
2001, ha assunto una connotazione diversa che rileva non solo che un ambiente è salubre ma che
è, anche, urbanisticamente in regola. E qui è caduto l’asino, che quando doveva ragliare è rimasto
silente! Mentre talune regioni, su spinta di sindaci attenti, hanno emanato regolamenti per i quali
le attività di vecchia costituzione sono rimaste con le “regole antiche” ce ne sono state altre che non l’hanno fatto. E da qui è venuta fuori una problematica enorme alla quale si è tentato di porre
rimedio con il cosiddetto certificato di “agibilità provvisoria”. Un mostro “tecnico giuridico”, sotto
ogni punto di vista, per soddisfare una burocrazia sempre assetata di denari, visto che la trafila
(per chi ne abbisogna) oltre ad essere tortuosa è onerosa e, a mio giudizio, meriterebbe qualche
osservazione “attenta”!! Altra spada di Damocle perennemente pendente sul capo
dell’imprenditoria isolana (non risultando che in altre realtà italiane succedono evenienze simili) è
data dall’applicazione di taluni regolamenti europei che “sfornati” in lingua inglese (lingua che ci
perseguita ovunque pur se mai è stata imposta come lingua comunitaria), quando vengono
tradotti, in quella dei vari stati (che hanno costruzioni e grammatiche diverse), spesso diventano
strumento di arbitrio nelle mani di interpreti che, con visività guerce, fanno il bello ed il cattivo
tempo a seconda, per dirla alla Totò, di “come gli gira il baffo”, o per l’assistenza utilizzata. È il caso
dei regolamenti Ce n. 178/2002 e 625/2017 disciplinanti: il primo, la tracciabilità degli alimenti e, il
secondo, la salvaguardia dei luoghi di lavoro. Pur se un articolo di stampa non può sviluppare
un’analisi tecnico giuridica, quel che è opportuno evidenziare, a conforto di quanto detto sulle
traduzioni, è che la Corte di Giustizia Europea è intervenuta più volte, con sentenze interpretative,
per riportare nel corretto binario certe distorsioni applicative. Come ad esempio nel caso delle
“Immissioni sul mercato di alimenti inadatti al consumo umano, non comportanti un rischio per la
salute” del famigerato art. 18/178- che viene utilizzato dagli operatori del settore per sanzionare
economicamente anche chi è sorpreso, semplicemente, a custodire nei propri frigoriferi, alimenti
“sprovvisti di etichettatura”. Pur se la giurisprudenza italiana ha tante volte chiarito (e ad Ischia si
è fatta scuola) che per poter stabilire se un alimento è dannoso e vada distrutto “oltre a
presentarsi visivamente mal conservato, deve essere, oggettivamente, non destinabile al consumo
umano” per cui è necessario un accertamento tecnico e non ad occhio. Pertanto la distruzione,
tout court, dell’alimento privo di etichettatura, del quale il somministratore è in grado di fornire gli
elementi per la sua tracciabilità, è un abuso da contestare in uno con la sanzione che viene
applicata.

Broccoli with HACCP label (Hazard Analysis and Critical Control Points) — food safety conceptPer rendere idea del groviglio che certe traduzioni consegnano, basta leggere il primo
comma dell’art. 19, stesso regolamento: “Se un operatore del settore alimentare ritiene o ha
motivo di ritenere che un alimento da lui importato, prodotto, trasformato, lavorato o distribuito
non sia conforme ai requisiti di sicurezza degli alimenti, e l’alimento non si trova più sotto il
controllo immediato di tale operatore, esso deve avviare immediatamente procedure per ritirarlo e
informarne le autorità competenti”. Evito commenti di sorta se non per dire che a scuola ogni
professore di italiano rifilerebbe un due meno, meno a chi articolerebbe un periodo in tal modo.
Follie da manicomio per non dire di altre derivanti dall’interpretazione dell’altro regolamento che
sta provocando una strage di tanti piccoli commercianti se non salvati da una “guercia
utilitaristica”. È un provvedimento di 128 pagine, con una premessa di 16, 167 articoli e numerosi
allegati che dovrebbe, quanto meno, stimolare una verifica psichiatrica e un’imputazione penale
degli estensori in quanto la sua lettura determina malessere fisico, poca comprensione e facili
abusi nella sua applicazione. Ho avuto modo di leggere qualche verbale confezionato, in
esecuzione del detto regolamento, ove si contesta “promiscuità di generi alimentari vari nel
frigocongelatore”, “contenitore dei rifiuti scoperto e non del tipo a pedale”, “in giro e su
pavimento attrezzature e prodotti per la pulizia non ben conservati”, “in cucina è presente un
lavabo singolo invece di due in duplice (??)”, “una pedana decorticata in alcuni punti”, “parete con
intonaco arriccio e non liscio” ed altro ancora. Evito commenti di sorta se non quello di dire che,
nei passaggi sia pur criptici del regolamento comunitario, non mi sono imbattuto in riferimenti per
simili contestazioni e sanzioni che diventano possibili per l’inezia di una classe politica che non si
rende conto che di tal passo più che la sicurezza alimentare o dei luoghi di lavoro si assicurerà la
povertà di tutti. In quest’isola sempre più abbandonata a sé stessa! acuntovi@libero.it

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