Teleischia
Attualità

LA GIUSTIZIA AD ISCHIA. DI VINCENZO ACUNTO

Il titolo è, forse, poco appropriato in quanto conduce verso una “generalizzazione considerativa” che può
confondere il lettore. Per evitare confusioni pare opportuno chiedersi “chi si rivolge o viene indotto a
utilizzare la struttura del tribunale di Ischia ne esce col convincimento di aver incontrato la giustizia?”.


Frequentando le aule del palazzo in osservazione, ho ascoltato (e commentato) le valutazioni di taluni
avvocati dell’ulteriore prolungamento (al 31/12/2005) del “termine di soppressione” e dell’inaspettata visita
alla struttura del presidente del tribunale (in compagnia di alcuni magistrati) senza nemmeno informare la
locale “classe forense”. Non serve aggiungere commenti a quelli più volte espressi, sullo stato dell’arte,
provenendo, per fatto anagrafico, da un tempo in cui le due braccia che cingevano il corpo della “Giustizia
Italiana” operavano in piena sincronia, solidarietà di intenti e rispetto reciproco che, evidentemente, sono
evaporati nel cielo dei ricordi, come per tante altre cose succede in Italia. E, di fronte ai vapori c’è poco da
argomentare visto che essi sono il risultato di un disfacimento che dovrebbe stimolare qualche gesto
coraggioso di chi resta segnato dalla poca considerazione. Ma il coraggio come ricordava un illustre italiano
“chi non ce l’ha non se lo può dare!”. A chi è costretto (per affezione o necessità) a frequentare certi prosceni,
gli sorge il dubbio sul se, in genere, esiste ancora una attività giurisdizionale tesa alla risoluzione delle
controversie tra cittadini o tra il cittadino e lo Stato, intendendosi per essa “l’organizzazione diretta
all’attuazione della norma giuridica nel caso concreto”. I miei dubbi crescono con l’incalzare di quella
“rivoluzione copernicana” che qualche sapientone ha ritenuto dover fare con l’introduzione del “processo
telematico”. Per far comprendere al lettore quello che ritengo il disastro del settore, non serve entrare nel palazzo
di giustizia di una grande città (ove puoi anche smarrirti e restare chiuso dentro) basta esaminare quel che accade
nelle medie o piccole realtà e ci si rende conto. Il tribunale di Napoli, voluto nella grandiosità di oggi, fu realizzato
in quanto il “maestoso Castel Capuano” era divenuto insufficiente per la città e per la provincia che su di esso
gravitava sia per gli affari civili che per quelli penali. Una indescrivibile moltitudine di persone ogni mattina
affollava l’antico castello dalle prime ore del giorno fino al tardo pomeriggio. Dopo la realizzazione delle grandiosi
torri di piazza Cenni, sono stati istituiti il Tribunale di Torre Annunziata, di Nola e quello di Napoli Nord che hanno
“sgonfiato” gran parte della provincia che gravitava su Castel Capuano. Le isole sono state totalmente ignorate sia
come posizione geografica che dal punto di vista dei collegamenti e, nel fortilizio della magistratura, si
dimensionavano solo come luogo da raggiungere per la vacanza. A seguito dell’introduzione del processo
telematico, chi si reca nella sede del Tribunale di Napoli trova una struttura (sostanzialmente) vuota perché il
concetto di “giurisdizione” inteso come incontro, confronto, scambio e competizione culturale è stato sostituito
da un “click informatico”. Personalmente l’aborrisco in quanto ritengo che con il “processo telematico” non si
potrà mai trasferire, in chi è chiamato, per la sua scienza, cultura, distacco e lungimiranza, a decidere, il contenuto
di una controversia ed avere esatta e satisfattiva decisione. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I gradi di
giustizia (previsti dal legislatore come verifica della sostanza e della forma del giudice precedente) si accavallano
e si inseguono senza riuscire, molto spesso, a rendere chiaro ed applicato il senso della regola. Per rendere il
concetto penso che è opportuno porre a confronto i diversi periodi: ante e post click informatico, in un bacino di
utenza, relativamente piccolo, di 60.000 abitanti, qual può essere quello dell’isola d’Ischia e dell’enorme fossato
che certe pseudo riforme hanno scavato tra il cittadino e lo Stato. Quando, ragazzino, incominciai la mia attività
professionale, Ischia era sede di mandamento di pretura con un solo giudice togato che, per legge, aveva l’obbligo
di risiedere nel territorio del suo ufficio che, essendo sede autonoma, per essere coperto era posto a concorso.
Oggi la sezione è parte della sede centrale, non è a concorso e può essere coperta per disposizione del capo
dell’Ufficio. La conseguenza è che nessun magistrato desidera essere destinato ad Ischia visto il disagio che si
patisce per raggiungerla che non compensato da nulla. Inutile stare a ricordare che l’obbligo della residenza del
pretore nel mandamento del suo ufficio, rispondeva ad una esigenza di giustizia e non era una punizione per chi
vi era destinato. Il Pretore era definito “giudice di prossimità” in quanto la giustizia doveva essere pronta ad
intervenire sia in campo civile che penale per dirimere, nell’insorgenza, vicende che potevano evolvere
malamente. Quando si presentava una “domanda cautelare” (qualificate così erano quelle per le quali il legislatore
aveva previsto una celerità di intervento come quelle di urgenza o quelle possessorie) per le quali il pretore era
funzionalmente competente, il giudice disponeva l’immediato accesso sui luoghi ove, espletava una piccola
istruttoria e ascoltate le ragioni della controparte decideva sulla domanda di urgenza disponendo poi per
l’ulteriore sviluppo della causa. In penale: la polizia giudiziaria trasmetteva all’ufficio del pretore tutti gli
accertamenti che riguardavano un fatto criminoso. Se esso imponeva l’arresto obbligatorio, il pretore emetteva il provvedimento ed il delinquente era catturato. Se la competenza su quel reato era di un “giudice superiore”,
trasmetteva, immediatamente, le carte a quell’ufficio che valutava anche i provvedimenti che il pretore aveva reso
nell’immediatezza. Se il fatto era di competenza del suo ufficio, disponeva di conseguenza rinviando l’incolpato a
processo. Presso la Pretura di Ischia si sono tenuti dibattimenti penali avvincenti e controversie civili con
esposizioni culturali e di diritto che hanno segnato pagine memorabili di giurisprudenza nazionale. Le impugnazioni
erano poche e rari erano gli stravolgimenti o le grandi modifiche delle decisioni di primo grado. Il cittadino vedeva
nel giudice il custode delle regole e nell’avvocato lo strumento per stimolare ed ottenere il rispetto di esse. Oggi
nel tempo del “click telematico” possiamo dire che il cittadino percepisce lo stesso senso di giustizia? Non credo
pur se nello stesso palazzo in cui “risiedeva il pretore”, con lo stesso bacino di utenza vi sono, sulla carta, quattro
magistrati al civile, due al penale oltre l’organizzazione del giudice di pace con altri tre magistrati. Non c’è
procedimento cautelare che evolve nei tempi previsti dal codice (ve me sono parecchi che dopo anni non hanno
ancora chiuso la fase cautelare), non c’è causa civile che, in primo grado, duri meno di cinque anni (ve ne sono
alcune che viaggiano con serenità oltre il decennio). Tanti fascicoli scompaiono e tante persone inseguono gli
avvocati per sapere della loro causa per la quale hanno sborsato fior di quattrini per organizzarla e per istruirla
(con consulenze tecniche molto onerose che, sempre più spesso, la Corte di Appello rinnova e che dovrebbe
stimolare qualche riflessione). Se a ciò si aggiunge che il principio della “monofilachìa” (cioè l’interpretazione
uniforme del diritto) va progressivamente scomparendo, non solo ad Ischia, per lasciare spazio al principio del “tot
capita to sententiae” possiamo agevolmente comprendere la crescente sfiducia del cittadino di fronte alla
giustizia. Si possono, infatti, leggere dissonanze di particolare gravità come quella che considera grave la
responsabilità del proprietario della strada per la caduta di un pedone in un leggero avvallamento sull’asfalto (con
conseguente risarcimento sia della lesione che della vacanza rovinata) e quella che invece non considera la
responsabilità dello stesso proprietario nell’ipotesi in cui, a bordo di un motociclo, si cade per essere finiti in una
buca invisibile e ci si rompe otto coste. Nel tempo del click telematico, quello che manca è il confronto tra le parti.
La discussione che gli avvocati sviluppavano innanzi al giudice (udienza dopo udienza) e che consentiva al
magistrato di avere piena contezza del fatto e delle ragioni delle parti, con facoltà di interrompere anzitempo
inutili evoluzioni procedimentali, non avviene più. Con il processo telematico, il contatto tra le parti e il giudice è
sporadico, l’analisi del caso avviene attraverso una fredda lettura di un monitor (spesso interrotta da eventi
esterni) che non consente una visione complessiva delle tante carte che arredano ogni processo civile e che
vengono “scaricate” in esso previo “scannerizzazione” che, spesso, nel trasferimento telematico, diventano
illeggibili. E, tutto ciò a scapito di chi? Di quel cittadino che di fronte ad un problema ha avuto la “sana idea” di
rivolgersi allo Stato. Come uscire da un tale ginepraio di cose? C’è un antico brocardo latino che recita “melius re
perpensa” che stimola a ripensare sulle cose dette o fatte. Sarebbe meraviglioso che il nostro legislatore, di fronte
alla crescente sfiducia del cittadino verso la giustizia, avesse un ripensamento su quelle leggi che, negli ultimi
trent’anni, hanno modificato il percorso della giurisdizione in Italia, un tempo era definita “la culla del diritto”. Ma
chi dovrebbe stimolare “il legislatore” a ripensare? E qui viene il problema. Gli operatori del settore sono
sostanzialmente divisi, da una parte la magistratura e dall’altra gli avvocati. L’evento citato in precedenza, della
visita ad Ischia, lo evidenzia più di ogni altra cosa e fa il doppio con talune considerazioni espresse sulla classe
forense locale nella nota vicenda del deliberato del consiglio superiore della magistratura del maggio 2021.
Pensare quindi che sul legislatore si possa sperare ad una azione congiunta dei due “bracci della giustizia” è
un’utopia che solo gli schiocchi possono immaginare. Potrebbe intervenire la politica locale. Essa è però legata al
palo dell’indifferenza impegnata, com’è, a difendersi, un giorno sì e l’altro pure, nelle aule di giustizia per fatti
legati alla funzione che, dal giorno dell’insediamento, anche grazie ad un certo sistema di informazione, accende
la lampadina del sospetto sull’operato di ogni amministratore locale. Con la conseguenza che le persone preparate
e oneste si allontanano sempre di più dalla gestione della cosa pubblica che in essa racchiude l’importante
funzione di stimolare il legislatore a rendere leggi chiare ed utili per i cittadini che amministrano. Cittadini che, a
loro volta, si devono rendere conto che se non funziona la giustizia nessun paese può considerarsi civile e nei paesi
non civili e insicuri, nessuno fa investimenti. E, se non si fanno investimenti, la ricchezza va altrove e con essa va il
lavoro inseguito dai nostri figli che, come i nostri nonni hanno dovuto riprendere la valigia per andarlo a cercare.
Se non ricordo male tra i nostri nonni e noi ci fu un tempo che tutti hanno condannato. Un tempo che nacque
dalle incertezze economiche e dalla confusione politica e sociale che mi auguro non ritorni.

acuntovi@libero.it

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