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Attualità Editoriali

OVVIETÀ. DI VINCENZO ACUNTO

E’ ovvio ciò che, per sua evidenza, non ha bisogno di dimostrazione o è scontato. I miei interventi
settimanali (in questa finestra giornalistica), stimolando parecchi riscontri, che a mezzo Whatsapp
giungono con facilità e senza spesa, mi hanno spinto a rileggerli. Da critico (anche feroce) quale sono,
ho desunto che i tanti commenti positivi sono in correlazione con la ovvietà delle cose che scrivo per
cui mi son chiesto che, forse, per vivere meglio, abbiamo bisogno più di cose ovvie che inerpicarsi tra
astrusità espressive e comportamentali che, non solo non portano a nulla ma ci determinano uno
stato d’ansia che ci fa stare male. Poiché non posso partire dalle mie ovvietà, cerco di esaminarne
qualcuna che, finalmente, proviene da “pulpiti alti”. In questi giorni il consiglio dei ministri ha stabilito
che, poiché siamo in pandemia, per tenere sotto controllo il livello dei contagi, chi giunge in Italia
(anche dai paesi UE) deve sottoporsi a tampone. A chi della commissione europea, con supponenza,
stimolava il nostro paese a riflettere sulla compatibilità della disposizione con quelle di Schengen, il
nostro primo ministro ha replicato “c’è poco da riflettere”. Come per dire “abbiamo deciso così e si
farà così”. Erano decenni che non avvertivo in me un sussulto di positiva italianità. Qualche settimana
fa, il senatore Mario Monti (pur continuando a restare ingessato nel suo aplomb funesto)
intervenendo ad un dibattito sulla pandemia, che, giustamente, ha paragonato ad una guerra, ebbe
a dire “Nella comunicazione di guerra c’è un dosaggio delle informazioni, che nel caso delle guerre
tradizionali è odioso, ma nel caso di una pandemia bisogna trovare delle modalità, meno
democratiche, secondo per secondo”. Le vestali dello spettacolo informativo diretto all’audience,
subito gridarono ad un attentato alla libertà in stile “minculpop”, propinandoci per giorni riferimenti
al ventennio fascista. Sono state zittite da qualche vecchio cronista che, paragonando anch’essi la
pandemia ad una “guerra subdola ed imprevedibile”, hanno ribadito il concetto che, in un tempo così
grave, a dare informazione dovrebbe essere solo la scienza con espressioni calibrate e comprensibili
ad ogni uditorato. Onde evitare equivoci e strombazzamenti vari che possono essere utilizzati per altri
eventi. Una bella considerazione dell’ovvietà da cui filone applicato (cominciato dal mese di febbraio
scorso con la nomina di un militare a combattere strategicamente una guerra con le armi che la
scienza aveva messo a punto) ne è venuto fuori che, per la prestigiosa rivista britannica “The
Economist”, -L’Italia è il paese dell’anno 2021- il cui merito -è scritto- va riconosciuto a Mario Draghi
“un Presidente del consiglio competente e rispettato a livello internazionale grazie al quale l’Italia e
la sua economia corre più di Francia e Germania”. Possiamo dire “una verità frutto delle ovvietà?”. Il
mio pensiero è ritornato in un baleno al veemente intervento, del marzo 2020, della signora ischitana
sul porto di Ischia ad opporsi, da sola, allo sbarco di un pullman di turisti provenienti dall’area primo
focolaio pandemico italiano. Alla donna che diceva “cose ovvie” e sensate, ne furono dette di tutti i
colori sia sulla stampa locale che nazionale, sempre molto prona a fare spettacolo più che
informazione. Alla luce degli eventi, chi non si sente di dire che se quel pensiero “ovvio” fosse stato
considerato con serietà, l’isola d’Ischia avrebbe potuto meglio arginare il fenomeno pandemico ed
organizzarsi a resisterlo. E, forse, tanti amici inghiottiti dal “buco nero” sarebbero ancora con noi. Ma
non fu possibile. Anche il prefetto di Napoli ci mise la sua annullando d’imperio le delibere dei sei
consigli comunali isolani che bloccavano il mezzo che appariva quindi la cosa più ovvia. Da ovvietà ad
ovvietà. La scorsa domenica ho ripreso il mio vecchio “pallino”, relativo agli incomprensibili sistemi di
fatturazione dei consumi energetici. In tanti mi hanno scritto rilevando l’incapacità a rendersi conto
di quel che pagano. Uno mi ha scritto “conoscendo come vanno le cose in Italia, il tuo progetto -ndr
di avere una legislazione speciale per le isole- mi sembra utopistico. Per gli isolani, nel futuro il metano
costerà ancora di più come capita per la benzina”. Nel corso della settimana che oggi si chiude,
l’argomento è stato oggetto di dibattito in più trasmissioni televisive ad alta diffusione. Sono stati
intervistati tanti pensionati che, con le bollette tra le mani, chiedevano semplicemente “ma se ioconsumo 25 euro di energia perché devo pagare una bolletta di euro 75?”. Nessuno è messo nella
condizione di comprendere cosa sono gli oneri di sistema e perché mai su di essi si consente di
applicare l’IVA che, è notorio, non si applica sulle spese e sui tributi. Il discorso è semplice. La fattura
energia movimenta, giornalmente, miliardi di ricchezze il cui percorso di accumulo non deve essere
troppo comprensibile. La ricchezza è come la grappa, per essere prodotta bene quantità segue il
metodo distillato. Una goccia da ognuno e nessuno reagisce in quanto la reazione è più costosa di
quanto si chiede di pagare. A me sembra che il principio elementare della libera economia di mercato
quando c’è di mezzo lo Stato si inverte il percorso. E mi spiego: quando un imprenditore intuisce una
possibilità di guadagnare di più, si attiva a sue spese, per la realizzazione del prodotto e per la sua
vendita al prezzo che ritiene e che percepirà fino a quando la concorrenza non ne realizza uno simile
ad un prezzo inferiore. Quando invece è lo Stato a fare da imprenditore, stranamente, si inverte il
meccanismo. Infatti, ve ne è uno per il quale lo Stato, prevedendo che i suoi cittadini possano in futuro
avere bisogno di servizi ulteriori, prima di fornirlo, devono essere gli stessi cittadini a sovvenzionare
la ricerca dei loro progetti. In tale criterio si inserisce il principio degli “oneri di sistema” che, se come
è indiscutibile per campi come la medicina o per le energie alternative, appaiono vessazioni pesanti
se applicate ad un sistema industriale già ampiamente rodato. Infatti perché la bolletta dell’energia
deve essere distinta in quattro voci prima del totale? Che senso ha considerare (oltre al costo
dell’energia consumata) la “spesa di trasporto” o le “accise” e di applicare su di esse anche l’IVA che
per legge non è applicabile né sulle spese né sulle imposte (tranne che sulla bolletta energetica) che
è pagata solo dal cittadino “normale” e non da chi usa l’energia per produrre ricchezza. Non sarebbe
cosa normale, quindi “ovvia”, se ognuno di noi sapesse che la bolletta mensile dipende solo da ciò
che consuma e non dai mal di pancia del governo che modificando gli “oneri di sistema” in base a
circostanze che nessuno può contestare, rende incerto ogni fine mese? L’ovvietà, come ha desunto
la rivista britannica, è delle persone preparate e quindi non di tutti e quindi dobbiamo prendere atto
che da oltre 30 anni gli italiani si son fatti abbindolare in ragionamenti astrusi che, quando andavo a
scuola, ero solito ascoltare da chi aveva poca familiarità con lo studio, l’apprendimento e il sacrificio.
Chi di quella generazione è defluito nella pubblica amministrazione, ha generato un mostro che si
chiama burocrazia (che come ho più volte detto “è la filosofia degli sfaticati”) che, se non ci
affrettiamo a debellare, ci divorerà tutti. E di fronte a un mostro così devastante, come ha detto il
nostro primo ministro, “non c’è da riflettere” ma da agire presto. acuntovi@libero.it

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