Attualità

GIUSTIZIA. “ERRARE HUMANUM EST, PERSEVERARE DIABOLICUM” DI ARCANGELO MONACIULINI

Il brocardo che ho posto a titolo e sintesi delle due righe che seguono è riaffiorato alla mia mente scorrendo la stampa di stamattina.
Beninteso, l’errore cui intendo far riferimento non afferisce certamente alla decisione della Procura di Verbania di arrestare i tre indagati per la strage della funivia. Non mi permetterei e, comunque, qualificarlo un errore è, a sua volta, un errore. Ancorchè sia vero che il Giudice per le indagini preliminari abbia smontato le tesi della Procura utilizzando parole dure (“fermo per i tre eseguito al di là dei casi previsti dalla legge”; “suggestivo, ma assolutamente non conferente il richiamo al clamore mediatico”, e così via), ancora vero che la non coincidenza di vedute fra magistrati inquirenti e giudicanti fa parte della dialettica procedimental/processuale e ancora vero che gli indagati restano indagati.
L’errore cui io intendo riferirmi è solo quello di cui ho scritto quattro giorni fa, ovvero le dichiarazioni “a raffica” della Procura sui media (stampa e TV). Dichiarazioni che, anche alla stregua dei toni utilizzati, avevano ingenerato la convinzione della sicura colpevolezza degli indagati, a nemmeno un giorno dal loro fermo, ma, soprattutto, si erano prestate:
– a far da ”solida” base al furore popolare che, more solito, si è eretto a iudex, lictor et carnifex,
– o, se si preferisce, a dare spazio alle tricoteuses di turno, che qui non si limitano ad assistere in prima fila allo spettacolo della decapitazione lavorando a maglia, ma la decapitazione invocano a gran voce, senza se e senza ma;
– ad entrare nel circuito dei processi mediatici: da “Porta a Porta” all’ultima bacheca social.
E dunque, il perseverare, molto mi duole (dover) star qui a sottolinearlo, è riferito alle dichiarazioni di cui leggo sulla stampa di stamattina rilasciate a “difesa” certosina dell’operato della Procura (cfr., per tutte, “La PM rilancia….” sulla Stampa).
Ebbene, per utilizzare anche io un titolo da media o social media, non mi piace, non mi piacciono.
L’ordinamento prevede un sistema di impugnative per opporsi alla decisione del Giudice per le indagini preliminari: dinanzi alle magistrature competenti e non a mezzo stampa. Ma delle prime non abbiamo notizie: la difesa, per lo meno al momento, è affidata alla (sola) stampa.
Ripeto, mi dispiace star qui a sottolinearlo, ma è così.
Ciò detto, e senza ritornare sui diversi ultimi esempi contrassegnati da poca “sobrietà” cui abbiamo dovuto assistere, e senza ripetere che per me per me è una vera sofferenza ricordare siffatti episodi, siffatto “debordare” da parte della magistratura, risalente ormai a più decenni fa, ripeto solo di non aver più voglia di replicare a coloro che alla mia amarezza oppongono, ancor oggi, ed è davvero quanto dire, in pubblico ed in commentari privati: “Si, ma…”, “Si, ma i magistrati sono quasi 9 mila”, “Si, ma oggi si vuol solo punirci..” e così via.
Solo rinnovo, ancora ed ancora, la mia proposta. In attesa di quella “riforma” dell’ordinamento giudiziario, che ben difficilmente vedrà la luce nell’organicità dovuta, in luogo di stanchi rituali, non si potrebbe varare una semplice norma, due chiare righe, che precluda apertis verbis ai magistrati di rilasciare interviste e/o comparire con nomi e cognomi sui media ed a questi ultimi di raccoglierle, pubblicarli? quanto meno in relazione ad inchieste in corso, in tali puntuali sensi integrando il d. lvo n. 109 del 2006?
Ma davvero qualcuno onestamente crede che una disposizione siffatta violerebbe l’art. 21 Cost.?
Che confliggerebbe con le previsioni sovranazionali, con l’art. 10 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo sulla libertà di espressione a mente del quale l’esercizio della libertà di espressione “può essere sottoposto a formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, … (omissis) …. per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”? E tanto, avuto conto che Corte EDU ha avuto più volte modo di chiarire come “la più grande discrezione si impone alle autorità giurisdizionali, perché è ciò che esigono gli imperativi superiori di giustizia e di grandezza della funzione giudiziaria” sottolineando che anche l’apparenza di imparzialità ha un peso rilevante, in quanto con essa si mette in gioco la fiducia che in una società democratica un magistrato deve ispirare nella generalità dei cittadini (ex multis, C.E.D.U. 13 novembre 2008, Kayasu c. Turchia)?
E comunque, per brevità, a tutto voler concedere -solo stigmatizzando come il maggior riserbo che si impone agli uffici inquirenti in Italia è vieppiù legato alla peculiarità della figura del nostro pubblico ministero, organo della giurisdizione e non mero rappresentante dell’accusa- non sarebbe per lo meno giunta l’ora che le già esistenti previsioni dei codici etici, deontologici e disciplinari venissero fatti rispettare? Che venisse quindi debitamente -e sottolineo il debitamente- penalizzata la violazione, fra le altre poste a presidio degli obblighi di riserbo, di quelle che testualmente impongono di:
-“bandire ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate”;
-“evitare canali riservati..”;
– (solo) contestualmente o immediatamente dopo la deliberazione, con un abstract “consistente nell’illustrazione sintetica (di regola 6 righe al massimo), con linguaggio semplice, chiaro e comprensibile, dar conto delle statuizioni decisorie e delle ragioni delle stesse”, affidando “la selezione e la rielaborazione tecnica della notizia” al responsabile per la comunicazione.
Or bene, or dunque, davvero è spiacevole che alla mente riaffiori il ”Quo usque tandem ….. Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia”.

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