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CASO PALAMARA, LA SPADA DI BRENNO. DI ARCANGELO MONACILIUNI

Sul Corriere della Sera di giorni fa, nel rammaricarsi della mancata ammissione (per vero, sembra esservi ancora una “riserva” al riguardo) delle 127 testimonianze di politici e magistrati richieste dall’inquisito Palamara nel procedimento disciplinare in corso a suo carico innanzi al Consiglio Superiore della Magistratura, Paolo Mieli ha sostenuto che “Palamara, per difendersi, avrebbe voluto poter provare che non era il solo a compiere quel genere di manovre.

In effetti ancora oggi non è chiaro dove si collochino i confini tra l’operato suo e quello dei suoi colleghi (quantomeno una parte di loro). Possibile che Palamara decidesse da solo gli incarichi delle procure di mezza Italia? E che il suo modo di trattare con i vertici della politica fosse sconosciuto agli altri magistrati? Palamara ritiene di poter dimostrare che tutti (o quasi) sapevano e si comportavano come lui. Sarebbe stato interessante poter assistere a una pubblica discussione su questi temi, avendo a disposizione il tempo necessario ad ascoltare un consistente numero di testimoni qualificati.

”Secondo l’autorevole Mieli, in buona compagnia, posto che diversi quotidiani da giorni pubblicano articoli analoghi, sol con toni molto più forti, “si tratterà quasi sicuramente di un verdetto di condanna che porterà, con identica probabilità, alla espulsione di Palamara dall’ordine giudiziario”.Orbene, non è mia intenzione commentare nello specifico la mancata ammissione dei testi, né lo potrei, non conoscendo gli atti del procedimento, e/o la mancanza di fiducia nell’operato della Disciplinare che siffatte conclusioni/vaticini dei media sottendono.Facendo seguito a miei precedenti Post in tema (Le Chat di Palamara e Adda passà a nuttata) ho deciso di reintervenire solo per occuparmi, in via più generale, della affermazione di Mieli secondo la quale “sarebbe stato interessante poter assistere a una pubblica discussione….”.

Non mi sfugge l’ironia ed il senso dell’auspicio. Mieli ben sa che il processo (recte: procedimento, il processo si sta svolgendo a Perugia) ha le sue regole, sicchè parlando di pubblica discussione egli intende riferirsi alla necessità di
trasparenza, di una gestione del procedimento che non mostri di privilegiare “ragion di Stato”, che non offra il fianco a più brutali definizioni, pure avutesi, quali quelle di procedimento “farsa” o “di tipo stalinista”, al pari, sempre a dire di chi tali locuzioni ha utilizzate, di quello già conclusosi con l’espulsione di Palamara dall’Associazione Nazionale Magistrati, della quale già fu indiscusso dominus.Sarebbe sciocco negare che, nella percezione diffusa, la sorte del
dott. Palamara sia segnata per due ragioni fra loro connesse.

La prima è quella che la c.detta Casta non consentirà mai che il processo al singolo venga trasformato in un processo “alla magistratura”, al “sistema”; la seconda, alla prima connessa, in quanto, mutatis mutandis, “Luigi deve morire, perché la Repubblica deve vivere”. E tuttavia, ben fermo che in uno Stato di diritto e democratico i processi si fanno ai singoli senza che possa essere invocato il “così fan tutti”, è proprio questa similitudine concettuale a prestare il fianco ad una obiezione di fondo.L’Incorruttibile, per convincere la Convenzione titubante, negò il diritto di Luigi XVI al processo e ne richiese la immediata condanna a morte sostenendo che “Luigi Capeto è già stato condannato in forza dei diritti della Rivoluzione …”.

Ebbene, restando in questo contesto storico/culturale -ovvero, lasciando da parte per un attimo solo lo Stato di diritto, le regole del processo ed i diritti dell’imputato, ad ammettere, cioè, in via di mera tesi ai soli fini della
discussione, che le dure regole della necessarietà richiedano il sacrificio del dott. Palamara (la sua espulsione dall’ordine giudiziario)- quel che manca nell’equazione è la “Rivoluzione” (del sistema giudiziario). La giustificazione della consegna immediata del re a Sanson (il boia) risiedeva nel suo rappresentare visivamente/fisicamente l’Ancien Regime, che non poteva in alcun modo, in alcuna forma, convivere con la Rivoluzione.

Orbene, se lo stesso Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati afferma che la magistratura sta vivendo “una crisi di funzionamento e la fiducia che i cittadini nutrono nei nostri confronti è drammaticamente precipitata”, che “la fiducia è un elemento essenziale di legittimazione della funzione giurisdizionale” sicchè “è indiscutibile l’esigenza di riforme, e non solo ordinamentali”, vien da chiedersi cosa sia stata fatto, si stia facendo, per evitare, come dallo stesso Presidente in prosieguo auspicato, “che l’analisi, la critica anche la più radicale si trasformi in pretesto per trasformare l’urgenza riformatrice in un’occasione per demolire lo statuto costituzionale della Magistratura, le sue prerogative, gli organi di garanzia posti a presidio, tutti concepiti nella Costituzione nell’interesse dei diritti dei cittadini” (tali le affermazioni e l’auspicio del Presidente Poniz nel suo intervento all’Assemblea generale dell’Associazione del 19 settembre u.s.).

E la risposta che va data alla domanda non può far rallegrare: nella percezione della gente comune segni tangibili di cambiamenti non son dati intravedere. Pur non potendo negarsi “passi in avanti”, la stessa riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’ordinamento giudiziario varata (approvata) dal Governo lo scorso agosto nel suo complesso non si appalesa adeguata alle aspettative che vi eran state riposte. Molto semplicemente, senza che vi sia qui spazio per approfondire le singole misure e la effettiva forza innovativa di ciascuna di esse, direi che non vi sono i segni della “rivoluzione”, direi che sul piatto della bilancia non è stata buttata la spada di Brenno per equilibrarla. Se il piatto su cui poggia la credibilità della magistratura è stato fatto scendere troppo in giù, va riportato in su con tutta la forza necessaria per farlo, da usarsi senza gradualità che inevitabilmente la smorza. Queste mie potranno apparire affermazioni “forti”, ed invero lo sono.

Ma son giunto a ritenere che il momento sia giusto per essere franchi. Se non ora, quando?Sarà perché di questo argomento mi son già occupato, e quindi forse tendo ad assegnarvi un rilievo eccessivo, ma a me sembra che la “pavidità” della riforma si evidenzi plasticamente anche nella mancata introduzione di una pur semplice, ma doverosa, innocua, “regoletta”. Parlo di una previsione che conferisca al Capo dello Stato un più ampio potere di scioglimento del Consiglio Superiore della Magistratura in presenza di eventi quali quelli ben noti che si sono succeduti nell’ultimo periodo. Previsione che si rende(va) necessaria in quanto il Presidente Mattarella ebbe ad escludere di poter intervenire (per sciogliere il vigente CSM) sulla base dell’attuale art. 31 della legge 24 marzo 1958, n. 195 che così recita: “Il Consiglio Superiore, qualora ne sia impossibile il funzionamento, è sciolto con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il parere dei Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati e del Comitato di Presidenza”. Fermi rispetto ed ossequio, personalmente la conclusione del Capo dello Stato non mi apparve convincente, potendo la sussistenza del potere, con esercizio non limitato alla sola mancanza “dei numeri”, essere tratta da una lettura sistematica del coacervo ordinamentale, senza nemmeno necessità di far ricorso alla teorica dei poteri impliciti o della lettura evolutiva di quelli tipizzati.

Ma, di più.  Da tempo sostengo che una delle misure da adottarsi per ristabilire l’equilibrio sarebbe l’introduzione di una norma che vieti ai media (TV e stampa) di mandare in onda/pubblicare immagini/nomi di singoli magistrati. Le qual volta si renda necessario -e sottolineo il necessario- riferire di una qualche attività giudiziaria, dar conto del suo avvenuto espletamento, dovrebbe evitarsi ogni riferimento a persone per limitarsi a citare la Procura, il Tribunale, il Tar.

E davvero non credo vi sia bisogno che mi dilunghi a porre in luce i benefici effetti della riconduzione dei magistrati in una “bolla” di riservatezza. Non abbiamo bisogno di giudici eroi, di giudici anti, ma di giudici senza aggettivazione alcuna, ovvero, se qualcuna è a darsi, di giudici sereni, che tale immagine rimandino.E davvero io credo che una tale norma -semplice, ma di forte impatto- non contrasti con alcun precetto costituzionale, ovvero trovi spazio al riparo di una lettura sistematica della Carta.

Ma ancora davvero io credo che il solo proporlo apparrà, per più versi e sotto più profili, rivoluzionario e sarà quindi, a differenza delle “lettres de Maximilien Robespierre ‘a ses commettants”, destinato a rimanere inciso solo nel libro dei miei sogni.

di ARCANGELO MONACILIUNI

già MAGISTRATO T.A.R. CAMPANIA

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