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ANTIMO PUCA. L’INFORMAZIONE E LA CRISI DI IDEE ED IDEOLOGIE

Quando la ninfa Eco,innamorata perdutamente di Narciso, cercò di conquistarlo dichiarandogli tutta la sua passione disperata, Narciso rimase sordo ad ogni richiamo ed inseguì solo la sua immagine riflessa nel fiume rimanendone fatalmente travolto. Il narcisismo è un mito antico che si ripete,oggi più che mai,e la comunicazione è sempre più omologata a questo modello. Nel ‘700,in pieno illuminismo,Cartesio col suo”cogito ergo sum”,poneva al centro della vita l’uomo come oggetto pensante creando un’identificazione assoluta tra l’essere e il pensare,ribadendo il concetto che non solo l”uomo esiste in quanto pensa ma in certo senso anche che”l’uomo è ciò che pensa”. Il secolo successivo,Ludwig Feuerbach,precursore dell’idealismo materialistico,sosteneva che “l’uomo è ciò che mangia” quasi che il cibo riesca a nutrire e modellare le nostre cellule e il nostro spirito fino a definirne in modo univoco la loro identità. Nel novecento, Karl Popper,grande filosofo austriaco recentemente scomparso,rivendicava la necessità di un’etica della comunicazione rispetto alla videocrazia dilagante della TV,uno strapotere che,lasciato a se stesso,sarebbe capace di produrre catastrofi superiori a mille atomiche messe insieme. In piena società dell’immagine,infatti,si può affermare che”l’uomo è ciò che vede” quasi che i fotoni che ci bombardano dallo schermo riescano a dare un impriting decisivo alle nostre coscienze ed ai nostri comportamenti. La legge dell'”hic et nunc” regola gli eventi,per cui ciò che accade in un posto è come se accadesse simultaneamente in tutti i posti del pianeta. L’informatica è un po come il vecchio Dio Kronos che generava i suoi figli,li allevava, li faceva crescere ma ad un certo punto della loro vita li divorava per mettere al mondo nuove creature.Ho qualche dubbio che questa evoluzione antropologica,dal primato della ragione di Cartesio al dominio del tubo catodico denunciato da Popper,sia indice di un reale progresso dell’umanità. Il crollo delle grandi ideologie,che per tanti anni avevano costituito la stampella della politica, è una tra le reali cause della crisi profonda in cui oggi si dibatte la vita politica,tesa alla ricerca di una nuova identità. Sin dall’origine dello Stato di Diritto,i cittadini hanno conferito la loro fiducia ai propri rappresentanti solo in cambio della difesa di grandi valori,che riguardano la giustizia sociale,la Democrazia,la patria,la famiglia,la vita. In nome di questi valori essi sono anche disposti a sopportare sacrifici e restrizioni che spesso l’amministrazione della Cosa Pubblica richiede. Oggi questi valori sono messi da parte,non sono più un’esclusiva della politica,anche se a parole ognuno li infila nei suoi programmi e si candita ad rappresentarli. Si perde così qualsiasi connotazione ideologica,che storicamente ha distinto una sinistra e una destra,progressisti e conservatori,in una sana dialettica democratica che per tanti anni ha caratterizzato la vita politica.Questa deideologizzazione non attrae più i cittadini e i primi ad avvertire questo vuoto sono i giovani che sempre più numerosi si allontanano dalla vita politica. Un giovane,in quanto tale,sposa sempre un’ideologia e un progetto. Oggi nella politica manca sia l’uno che l’altro. La prima è stata travolta dalle macerie del muro di Berlino. Il secondo non vede più la luce perché manca la tensione ideale in grado di ispirarlo. L’ Agorà,un tempo sede di idee e di contrapposizioni anche violente, diventa uno spazio vuoto,un’area di nessuno,un’arena in cui ogni tanto qualcuno entra e prova a mettere le tende. In questa ambiguità si affacciano nuovi e vecchi soggetti,fino a ieri estranei alla politica,che si propongono difensori e paladini di valori forti. La Chiesa è uno di questi. Essa ha capito che la crisi esistenziale che tormenta i giovani è essenzialmente una crisi di natura ideologica e con un apostolato il più laico possibile cerca di catturare nuovi consensi,mettendo al centro del discorso politico i temi etici della famiglia e della sacralità della vita. La cosa più emblematica di questa mutazione della politica è la trasformazione del suo linguaggio, che diventa sempre più forma,parola sganciata dall’idea,involucro vuoto capace di comunicare solo se stesso. Intorno a vecchi politici sopravvissuti, quelli di professione.naviga tutto uno stuolo di politicanti di periferia,portaborse a tempo pieno,veri e propri megafoni pubblicitari di un prodotto che realizza un immenso fatturato. Sono dei tuttologi che, non conoscendo niente,vogliono comunicare al prossimo di conoscere tutto,dall’ingegneria alla scienza all’economia. Gradualmente questo nuovo atteggiamento politico finisce con l’invadere anche altre istituzioni,entrando nell”informazione,nelle fabbriche,nello sport,nello spettacolo,nella cultura,nelle quali tutti smettono di fare il loro mestiere e si mettono a fare politica. Osservate quando parla un allenatore di calcio per analizzare una vittoria o giustificare una sconfitta e ne avrete la prova. Si arriva così alla conclusione,apparentemente paradossale,che la politica, quella vera,non esiste più proprio perché è diventata mestiere di tutti. Si genera una sorta di coesistenza degli opposti in cui ognuno interpreta questo stato di precarietà diffusa con reazioni differenti secondo le sensibilità e le risorse interiori di cui dispone,rimanendo a bordo di questo treno ad alta velocità pur senza saperne esattamente la destinazione o,al contrario,scendendo da esso è rifugiandosi a sognare in approdi più rassicuranti.” Sognatore è colui che non sa trovare la propria vita se non al lume della luna”,diceva Oscar Wilde,”e il suo castigo è che egli vede l’alba prima degli altri”. Il sogno,appunto,inteso non come atteggiamento narcisistico di rinuncia,ma come esigenza della fantasia verso un nuovo umanesimo. “La via del paradosso è la via della verità. Per mettere alla prova la realtà bisogna immaginarla su una corda tesa. Solo quando le verità si trovano nella posizione di un acrobata sono nella condizione migliore di essere giudicate”Oscar Wilde.

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