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ASILI NIDO E 700 MILIONI DI EURO SCIPPATI AL SUD. ASSENTE DALLA COMMISSIONE BICAMERALE ANCHE DE SIANO:

Non hanno mosso un dito Domenico De Siano ed altri quattro esponenti del Sud Italia per fermare lo scippo. Addirittura Antonio Milo che dell’organismo che decideva lo stanziamento dei fondi ne è il vicepresidente, non ha mai preso parte ai lavori! Ecco come siamo rappresentati nelle “sedi opportune”. Sono saltati centinaia e centinaia di milioni di euro di finanziamenti. MA CHE CE LI MANDIAMO A FARE SE POI NON FANNO NIENTE PER NOI?

Sono bastati cinque minuti, dalle 8:15 alle 8:20, per chiudere la partita sui fabbisogni di asili nido, confermando i tagli al Mezzogiorno e l’«errore tecnico grave» di cui pure aveva parlato il sottosegretario Graziano Delrio. Non è stata una decisione affrettata però, perché la Bicamerale sul federalismo fiscale, prima della seduta-blitz conclusiva, aveva discusso a lungo del problema dei fabbisogni standard e in particolare degli asili nido posti a zero in tanti comuni del Sud, anche se alla fine ha deciso di lasciare le cose come stanno, «errore tecnico» compreso. Una discussione molto approfondita, come risulta dai verbali relativi alle sedute di dicembre e pubblicati solo ora, e tuttavia il dibattito è stato, per certi aspetti, monco. Su un tema così delicato per gli equilibri territoriali sono intervenuti nel confronto due di Varese, uno di Modena, due di Belluno, due di Ravenna, uno di Alessandria e uno di Torino per un totale di nove rappresentanti eletti al Nord mentre tutti e cinque i parlamentari dell’Italia meridionale membri della Bicamerale sono risultati assenti o, almeno, taciturni. La decisione della Bicamerale è di quelle epocali: dà il via ufficiale all’attuazione della Costituzione del 2001 e sarà attuata sin dal riparto delle risorse del 2015. Con i «fabbisogni standard» i soldi ai singoli Comuni non saranno più assegnati in base alla spesa storica ma tenendo conto con la maggiore precisione possibile dei reali bisogni della popolazione per tutti i servizi gestiti dai Comuni stessi, dalla sicurezza con i vigili urbani all’anagrafe, dall’illuminazione stradale alla programmazione urbana, dalla gestione del verde alla manutenzione stradale, dalla raccolta dei rifiuti al trasporto pubblico, dalla spesa sociale a quella per l’istruzione fino al famoso servizio di asili nido. I fabbisogni standard sono insomma un grande passo avanti per il controllo della spesa e della qualità dei servizi che però è inciampato in un errore. I tecnici della Sose (società del ministero del Tesoro) e quelli della Copaff (Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) hanno infatti deciso di calcolare il fabbisogno misurando i bisogni reali per tutti i servizi tranne che per istruzione e asili nido. In questi due soli casi invece di calcolare le esigenze della popolazione hanno accertato la spesa storica, confermando in pratica la stessa. Per capirsi: mentre per i servizi agli anziani si è verificato il numero di anziani e quindi si è ripartito il fabbisogno tra tutti i Comuni (assegnando una cifra anche a quei Municipi che non erogano alcun servizio) per gli asili nido e per l’istruzione si è considerato solo il servizio effettivamente erogato (nel 2010). Gli anziani sì e i bambini no? Forse perché i primi vivono più al Nord e gli asili mancano più al Sud? Domanda senza risposta.Di sicuro si è assegnato un clamoroso «fabbisogno zero» di asili nido a città popolose come Catanzaro, Giugliano, Pozzuoli, Casoria, Portici, San Giorgio a Cremano, Ercolano, perché invece dei bambini si sono contati gli asili nido esistenti, che in tali città semplicemente non ci sono. Il risultato economico di tale scelta è che non si sono riconosciuti 700 milioni annui di fabbisogno reale nel Mezzogiorno, ripartendoli tra i Comuni del Nord. L’obiettivo dei fabbisogni standard, va sottolineato, non è assegnare ai Comuni i soldi per gli asili o per i vigili urbani bensì pesare il fabbisogno concreto della popolazione per ripartire risorse che non sono vincolate. Per capirsi, se Bologna vuole garantire asili nido al 40% dei bambini entro i tre anni,può continuare a farlo riducendo magari la spesa per la manutenzione del verde o per l’illuminazione stradale, perché ciascun Municipio resta libero di fare le scelte politiche e sociali che ritiene più opportune.I fabbisogni standard servono a determinare quali risorse minime sia giusto che lo Stato garantisca (con imposte proprie o con la perequazione) a Bologna e ad altri 6.701 Comuni delle quindici Regioni a statuto ordinario (nelle cinque Regioni a statuto speciale i fabbisogni standard non si applicano). Quindi il tema non era togliere asili nido a Bologna per darli a Napoli, come pure si è detto nel dibattito,ma semplicemente assegnare alle popolazioni di Napoli e di Bologna il giusto peso. Calcolare per due voci importanti la spesa storica distorce sensibilmente il risultato: fa definire spendaccioni Comuni virtuosi e viceversa. Naturalmente il meccanismo messo in atto – se e quando sarà corretto- consentirà una verifica da parte dei cittadini di come il proprio sindaco sta amministrando la città e distribuendo quattrini pubblici. Ma chi sono i parlamentari che hanno svolto un ruolo attivo nella Bicamerale sul federalismo fiscale? Su trenta componenti non molti, una decina. La presidenza è stata assegnata a Giancarlo Giorgetti, della Lega Nord, e già questa scelta ha ridotto la possibilità per il Mezzogiorno di sentirsi rappresentato. Due i vicepresidenti. Il Pd ha indicato Daniele Marantelli, il quale per una curiosa combinazione è di Varese esattamente come Giorgetti. L’altra vicepresidenza è andata a un meridionale doc, il senatore di Agerola Antonio Milo, il cui partito si chiama addirittura Noi Sud,e che però non ha mai preso parte ai lavori della Commissione. I due relatori del provvedimento sui Comuni sono stati per il Pd la senatrice Maria Cecilia Guerra e per i Cinquestelle il deputato Federico D’Incà. La prima è di Modena, il secondo di Belluno e hanno trovato l’intesa su un testo che danneggia matematicamente il Mezzogiorno. D’Incà peraltro si era già fatto notare per la presentazione di una mozione (approvata) che chiedeva l’accelerazione dell’applicazione della «formula Calderoli» per la spesa sanitaria, ovvero quella che toglie soldi alle Regioni dove si muore prima, come la Campania. L’asse Pd-Cinquestelle ha trovato conforto, nel dibattito, negli interventi del deputato del Pd Roger De Menech, anch’egli di Belluno,dei senatori piemontesi del Pd Federico Fornaro e Magda Angela Zanoni, nonché di due parlamentari di Ravenna: il senatore del Pd Stefano Collina e il deputato di Sel Giovanni Paglia, il quale di fronte alla possibilità che si potesse togliere qualcosa al Nord ha dichiarato: «Anche i comuni ricchi di questo paese hanno bisogno di risorse». E chi non ne ha? Compito dei fabbisogni standard e della politica è ripartire con equità. Uno schieramento politico variegato, insomma, ma territorialmente compatto, mentre dall’Italia meridionale oltre a Milo sono rimasti silenti (o assenti) il senatore di Ischia Domenico De Siano, di Forza Italia, il senatore di Cosenza Francesco Molinari, dei Cinquestelle, il deputato di Matera Cosimo Latronico, di Forza Italia e il deputato di Bari Gaetano Piepoli, di Scelta civica. Nel giorno del dibattito più approfondito, in audizione nella Bicamerale c’era uno dei componenti della Copaff, Ernesto Longobardi, combinazione anche lui nato a Belluno (ma oggi insegna a Bari). «È vero che è stata fatta una scelta un po’ ambigua – ha ammesso – ma d’altra parte mi chiedo cosa si poteva fare. Possiamo dare i soldi per l’asilo nido che usa Bologna o Reggio Emilia a Napoli, dove gli asili nido non ci sono?». La questione invero è mal posta perché lo stesso Longobardi (con riferimento ai servizi agli anziani) poco prima aveva detto «bisogna lasciare autonomia al governo locale, cioè riconoscere un certo ammontare di fabbisogno, dopodiché ognuno farà le sue scelte: c’è chi deve andare incontro agli anziani, quello che ha più bambini e così via». Ecco il punto: dovere dei tecnici era calcolare il fabbisogno degli abitanti, non accertare la capacità (sovente scarsa al Sud) dei Comuni. Ed ecco perché Delrio parlò di «errore tecnico grave» aggiungendo l’impegno «che correggeremo». Longobardi, giustamente, spiega ai parlamentari che «guardare alla spesa storica» per asili nido e istruzione è una scelta «che stiamo prendendo assieme, nel senso che la proposta che è stata fatta sta passando al vostro vaglio». E i parlamentari (presenti) approvano. L’errore «tecnico» di cui parlava Delrio adesso è «politico». Ma sempre errore è!

da www.caiazzorinasce.net/

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